Mercoledì 22 Maggio 2024
ANTONELLA COPPARI
Cronaca

La spesa militare Meloni: più soldi per le armi Ma su Kiev la Lega frena E le opposizioni si dividono

La premier al Senato: "La libertà ha un prezzo". E ribadisce l’appoggio all’Ucraina. Passa la mozione di maggioranza. Cinquestelle contrari, Pd a favore ma con parole più sfumate

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di Antonella Coppari

 

Avanti come un carro armato. Nonostante i sondaggi che preoccupano Palazzo Chigi, nonostante una maggioranza che sulla guerra è compatta solo sulla carta: quella con cui viene scritta una risoluzione unitaria clamorosamente smentita in aula dalla Lega. Ma sull’appoggio all’Ucraina Giorgia Meloni non deflette di un millimetro: "Ci metto la faccia, il sostegno militare a Kiev sarà assicurato finché necessario". Si presenta al Senato in vista del Consiglio europeo che inizia domani determinata, ma anche visibilmente tesa: "Basta menzogne", sbotta irritata. Nel mirino ci sono quelli secondo cui il governo non dà soldi agli italiani per dare armi a Kiev: "L’Italia sta inviando materiali e componenti già in suo possesso, e che per fortuna non utilizziamo". Poi rincara: "Le diamo proprio per prevenire la necessità di dover un giorno utilizzarle noi". È anche la rivendicazione di una scelta generale che alcuni definirebbero militarista: "Questo governo è abituato a difendere l’interesse nazionale: non abbiamo mai fatto mistero di voler aumentare gli stanziamenti per spese militari. La libertà ha un prezzo".

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Sono parole convincenti per il Terzo polo: "La linea del governo è la nostra, continueremo a sostenerla", avverte Carlo Calenda. Di qui, la richiesta di votare per parti separate la mozione di maggioranza, in modo da poter appoggiare quella sull’Ucraina. Detto, fatto. Su fronti opposti il resto della minoranza: contrario all’invio delle armi il Movimento cinquestelle, favorevole il Pd che, in omaggio al nuovo corso, non lo dice più apertamente, preferisce la parafrasi: "Continuiamo a sostenere l’Ucraina e il suo diritto all’autodifesa". Il significato è identico, ma il segnale politico indica che la nuova segretaria sa di non potersi limitare a calcare le orme di Letta. Messe cosi le cose Giorgia potrebbe fregarsi le mani: "Mi dimetto piuttosto che andare in Europa a prendere ordini come Conte". In politica, però, apparenza e sostanza raramente coincidono. Il velo della maggioranza unita resiste finché non prende la parola il capogruppo del Carroccio, Massimiliano Romeo, la cui posizione è opposta a quella della presidente: "Il problema è la corsa ad armamenti sempre più potenti". Serve "più equilibrio", scandisce il leghista: "Poco è stato fatto sul cessate il fuoco e sulla tregua". E chiude: "Se è vero che stiamo combattendo per difendere la libertà dell’Occidente, che libertà è quella che criminalizza qualsiasi idea che si discosti dal pensiero dominante? Assomiglia ad una dolce tirannia".

La lama di Forza Italia a palazzo Madama è meno affilata, ma il capo dei deputati, Alessandro Cattaneo, si premura di chiarire che "la posizione di Berlusconi sul tema è lungimirante, ed è positivo che la Cina dialoghi con la Russia". Non somiglia alla posizione di Chigi. Tra i sondaggi secondo cui la base di FdI è lontana dalle posizioni della leader (il 41% vorrebbe la pace anche a costo di cessioni territoriali a Putin), e le divisioni nella maggioranza (pure sul Mes, di cui evita di parlare), Giorgia non può godersi il punto segnato col voto del terzo Polo. Se poi si pensa che sull’altro capitolo forte dell’intervento, l’immigrazione, la situazione – tra sbarchi e incognita Tunisia – non è rosea, si capisce perché la Giorgia di ieri non aveva quasi nulla in comune con quella sicura che ha spopolato al congresso della Cgil.

Il nervosismo è palese, specie quando si arriva alla tragedia di Cutro: "Criticatemi, ma non danneggiate la Nazione. Lo Stato non poteva fare di più". Dalle finestre di Chigi vede addensarsi la tempesta: molto dipenderà dagli eventi. Ma di ottimismo sul Consiglio europeo – malgrado il colloquio con l’omologo greco Kyriakos Mitsotakis e la presidente Ursula von der Leyen – nel governo ne circola poco. Cosa teme la premier che oggi parlerà alla Camera? Che arrivino solo "chiacchiere, che non ci servono a niente".