La sfida di Sinner
La sfida di Sinner
Lo sport unisce. Ma non di rado divide pure. Lo sa bene Jannik Sinner, nuova stella del tennis. Oggi l’azzurro a Miami gioca la finale più importante della carriera. Contro il polacco Hubert Hurkacz. Che, casualmente, è suo compagno di doppio e partner negli allenamenti. Ma talvolta è persino capitato che lo spirito della competizione abbia innescato il fuoco della rivalità addirittura tra fratelli, altro che amici. C’è, al riguardo, una storia bellissima che appartiene di diritto alla leggenda dello sport italiano. Roma, Olimpiade del 1960. Furono i Giochi della rinascita, per un paese che ancora si stava scrollando di dosso la polvere delle macerie della disastrosa guerra fascista. L’Olimpiade di Nino Benvenuti e di Cassius Clay, di Abebe Bikila e di...

Lo sport unisce. Ma non di rado divide pure. Lo sa bene Jannik Sinner, nuova stella del tennis. Oggi l’azzurro a Miami gioca la finale più importante della carriera. Contro il polacco Hubert Hurkacz. Che, casualmente, è suo compagno di doppio e partner negli allenamenti. Ma talvolta è persino capitato che lo spirito della competizione abbia innescato il fuoco della rivalità addirittura tra fratelli, altro che amici.

C’è, al riguardo, una storia bellissima che appartiene di diritto alla leggenda dello sport italiano. Roma, Olimpiade del 1960. Furono i Giochi della rinascita, per un paese che ancora si stava scrollando di dosso la polvere delle macerie della disastrosa guerra fascista. L’Olimpiade di Nino Benvenuti e di Cassius Clay, di Abebe Bikila e di Livio Berruti. Equitazione. Concorso individuale di salto ad ostacoli. Al termine della sua ultima prova, Piero D’Inzeo è al comando della classifica. Manca all’appello solo un concorrente, unica barriera fra Piero e la medaglia d’oro. C’è giusto un problema. Emotivo. Il ’concorrente’ si chiama Raimondo e di cognome fa anche lui D’Inzeo. È il fratello maggiore. Nessuno seppe mai cosa passò per la testa di Piero, mentre seguiva l’esibizione del congiunto. Ne desiderava segretamente un errore? Oppure prevalse l’amore di famiglia? Sia come sia, Raimondo fu perfetto. Il titolo olimpico lo conquistò lui e al cadetto rimase la soddisfazione, non importa se parziale o assoluta, dell’argento di consolazione.

Meno romantica e più intrigante è la vicenda di due gemelli americani. Phil e Steve Mahre erano nati a White Pass nel 1957. Identici come due gocce d’acqua, adoravano sciare. E forse un po’ ci giocavano, sulla straordinaria somiglianza che non permetteva ai giudici di distinguerli. In breve. Phil vinse tre Coppe del Mondo e l’oro olimpico nel gigante ai Giochi di Sarajevo del 1984, proprio davanti a Steve. Il quale Steve, nel 1982, si era laureato campione del mondo, sempre nel gigante.

Nel frattempo, però, era accaduta una cosa bizzarra. In una gara di Coppa del Mondo, i gemelli si erano... scambiati le identità. Phil era caduto nella prima manche, ma andò a disputare la seconda al posto di Steve! Lì furono beccati da un occhiuto addetto alle partenze. I due Mahre nell’occasione vennero squalificati e nacque il sospetto che avessero utilizzato il trucchetto più di una volta. Le prove non furono mai trovate e comunque alla fine di quella stagione i gemelli, del tutto casualmente, annunciarono l’addio alle gare.

Vabbè, questa è prosa della vita, meglio tornare alla poesia. Come quella innescata da un episodio che, per quanto romanzato, ha contribuito ad alimentare il mito di Olimpia. Berlino, 1936. Hitler ha voluto a tutti i costi i Giochi nella Germania nazista, per trasformarli nella esaltazione delle deliranti teorie razziali. Al fanatismo del capo nazista si oppongono le imprese di un nero d’America. Jesse Owens non solo è velocissimo sui 100 e sui 200 metri. È anche favorito per l’oro nel salto in lungo. Ma lì, in pedana, Hitler può contare su un simbolo ariano: Carl Ludwig Hermann Long, detto Luz. Bianco, bello, biondo.

Solo che Long, sportivo autentico, prese in simpatia Owens. Durante le qualificazioni, lo statunitense rischiava la clamorosa eliminazione. Fu il tedesco a suggerirgli di anticipare il punto di stacco per il salto. Jesse gli diede retta, passò il turno e poi in finale vinse l’oro (il suo quarto, staffetta 4x100 compresa) con Long secondo. I due, amici per caso, restarono in contatto epistolare per anni. Si scrivevano, speravano un giorno di potersi rivedere. Ma Luz morì in Sicilia, nel 1943, su uno dei tanti fronti della Seconda Guerra Mondiale. È stato raccontato che Long fu spedito in trincea per il dispetto fatto al Fuhrer aiutando Owens: forse non è vero, ma l’inverosimile talvolta diventa credibile.