Il Prof. Francesco Menichetti
Il Prof. Francesco Menichetti
Occhio alla glicemia. Con il diabete e qualche chilo di troppo aumenta il rischio di sviluppare forme severe di Covid-19, di ritrovarsi cioè alle prese con tutti quegli inconvenienti (tempesta citochinica, polmonite interstiziale, complicanze renali) che portano dritti in terapia intensiva. L’allarme è stato lanciato dalla Società italiana di endocrinologia, ripreso dal programma Changing Diabetes, e affrontato nel corso di congressi. Un lancio di agenzia ha citato una dichiarazione della professoressa Raffaella Buzzetti, Università di Roma La Sapienza, che recita testualmente: "Le persone con diabete che hanno contratto il Covid-19 hanno avuto una prognosi più infausta rispetto alle persone che non l’avevano, e l’Istituto superiore di sanità ha dimostrato che il 35% dei decessi riguarda pazienti con...

Occhio alla glicemia. Con il diabete e qualche chilo di troppo aumenta il rischio di sviluppare forme severe di Covid-19, di ritrovarsi cioè alle prese con tutti quegli inconvenienti (tempesta citochinica, polmonite interstiziale, complicanze renali) che portano dritti in terapia intensiva. L’allarme è stato lanciato dalla Società italiana di endocrinologia, ripreso dal programma Changing Diabetes, e affrontato nel corso di congressi. Un lancio di agenzia ha citato una dichiarazione della professoressa Raffaella Buzzetti, Università di Roma La Sapienza, che recita testualmente: "Le persone con diabete che hanno contratto il Covid-19 hanno avuto una prognosi più infausta rispetto alle persone che non l’avevano, e l’Istituto superiore di sanità ha dimostrato che il 35% dei decessi riguarda pazienti con diabete". Una correlazione che era nota da tempo, ma di cui nessuno aveva finora capito le proporzioni. E che potenzialmente può riguardare quasi quattro milioni di italiani (questo il numero di diabetici nel nostro Paese), secondo dati Ibdo Foundation. Emergono interrogativi che abbiamo girato a Francesco Menichetti, primario infettivologo e docente all’Università di Pisa, uno dei medici maggiormente coinvolti nelle ricerche in questo settore.

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Professore, le persone con diabete contagiate durante la pandemia hanno avuto un andamento particolarmente sfavorevole, insomma evolvono peggio degli altri. Che considerazioni trarre da questa osservazione?

"Sono meccanismi talmente raffinati e complessi da un punto di vista fisiopatologico, che è difficile riassumere in poche righe come diabete, iperglicemia, obesità e sovrappeso agiscono come complicanza nel Covid, possiamo dire in generale che tutti questi si confermano fattori di rischio infettivo, in ultima analisi provocano una riduzione dei meccanismi di difesa naturale dell’ospite".

Si discute poi di un effetto paradosso, cioè che l’infezione metta in moto un disordine anche nei soggetti sani, meno predisposti, che a loro volta possono sviluppare diabete. Come cautelarsi?

"Esiste senza dubbio questa associazione tra Sars-Cov-2 e diabete, l’abbiamo descritta anche noi, nella letteratura medico scientifica. L’obesità e il diabete, insieme ad altri fattori di rischio noti, rappresentano un binomio che svolge un ruolo cruciale in questa sindrome. Certe concomitanze non sono infrequenti, in particolare in chi ha superato i cinquant’anni. Abbiamo così individuato una fascia di popolazione che è a rischio peculiare di sviluppo di complicanze, situazioni che richiedono poi la terapia intensiva, fino a mettere a repentaglio la vita stessa del paziente. Ecco perché è importante che la campagna vaccinale proceda speditamente, e coinvolga tutti questi soggetti. Esistono studi epidemiologici che mostrano puntualmente queste osservazioni. Nel nostro istituto abbiamo visto casi di diabete grave, con pazienti candidabili all’impiego degli anticorpi monoclonali approvati dall’Aifa, e soggetti con grave obesità, ma anche ricoverati con livelli meno rilevanti di iperglicemia e di sovrappeso. Tutti fattori che, variamente associati, possono determinare un Covid più grave".

Perché questa scoperta pone un problema di igiene pubblica e richiede un programma prevenzione?

"Dipende dall’incremento della diffusione dell’infezione cui assistiamo purtroppo in questi giorni, legato alla variante Delta che galoppa tra i millennials, giovani nati dopo il Duemila non vaccinati. Questa circostanza potrebbe incendiare quel serbatoio di ultracinquantenni rimasti scoperti. Non a caso si colgono le prime consultazioni al pronto soccorso, un primo incremento nel numero dei ricoverati, qualche ingresso in terapia intensiva: sono ancora piccoli numeri, ma è giusto ricordare che, per la prima volta, vediamo una tendenza alla ripresa del fenomeno. Abbiamo fortunatamente la protezione dei vaccini, ma questo è uno scudo ancora parziale, dobbiamo provvedere".