di Cesare De Carlo Il Navajo (o Diné) National Council sembra un hogan. È una specie di adobe, cemento e legno, tipico in questa riserva fra Arizona, New Mexico, Utah, la più grande degli Stati Uniti, grande più dell’intera Italia settentrionale. È la sede del parlamento. 88 membri. Rappresentano i 160 mila appartenenti alla gloriosa nazione nativo-americana. Ma se li chiamate indiani nessuno si offende. Qui la Cancel Culture non è di casa. Ebbene l’altro giorno il suo presidente, lontano discendente di Aquila della Notte, ha dato un annuncio atteso. Atteso e voluto dal Consiglio degli anziani, la cui autorità si tramanda dai tempi in cui gli indomiti guerrieri cavalcavano i deserti e i canyon della Monument Valley. Riguarda un film. Un film western. Non uno dei tanti girati da quelle parti da John Ford, Anthony Mann, Howard Hawks, Sam Peckinpah, eccetera. È uno spaghetti western, il primo della trilogia di Sergio Leone, Per un Pugno di Dollari con...

di Cesare De Carlo

Il Navajo (o Diné) National Council sembra un hogan. È una specie di adobe, cemento e legno, tipico in questa riserva fra Arizona, New Mexico, Utah, la più grande degli Stati Uniti, grande più dell’intera Italia settentrionale. È la sede del parlamento. 88 membri. Rappresentano i 160 mila appartenenti alla gloriosa nazione nativo-americana. Ma se li chiamate indiani nessuno si offende. Qui la Cancel Culture non è di casa. Ebbene l’altro giorno il suo presidente, lontano discendente di Aquila della Notte, ha dato un annuncio atteso. Atteso e voluto dal Consiglio degli anziani, la cui autorità si tramanda dai tempi in cui gli indomiti guerrieri cavalcavano i deserti e i canyon della Monument Valley. Riguarda un film. Un film western. Non uno dei tanti girati da quelle parti da John Ford, Anthony Mann, Howard Hawks, Sam Peckinpah, eccetera. È uno spaghetti western, il primo della trilogia di Sergio Leone, Per un Pugno di Dollari con Clint Eastwood, Gian Maria Volonté. Sarà proiettato il 16 novembre, al cinema locale. Prima assoluta.

Eppure risale al 1964. E molti l’hanno visto e rivisto alla televisione. Allora dov’è la novità? Nel doppiaggio. Il film è doppiato in lingua Navajo. Per un Pugno di Dollari diventa Béeso Dah Yiniljaa. Dice Manuelito Wheeler, il promotore: "Gli anziani vogliono rinnovare l’interesse dei giovani. Non basta insegnare la nostra lingua nelle scuole, come una lingua morta. Bisogna sentirla e parlarla". E vederla parlare. Era già stato fatto un esperimento otto anni fa, doppiando Star Wars.

Ora un western. Ma perché italiano? "Perché Sergio Leone non si occupa di noi. Le sparatorie sono solo fra uomini bianchi. Troppe volte la nostra storia è stata distorta dai registi di Hollywood". È una storia di guerre e di sofferenze. I Navajo con gli Apache furono gli ultimi ad arrendersi all’uomo bianco. Acquisirono il diritto di ergersi a nazione molto prima di tutte le altre tribù, un secolo e mezzo fa. E dunque vastissima è la loro autonomia: nell’amministrazione, nella polizia, nell’istruzione, nella giustizia, eccetera. Non una prerogativa dei Navajo ovviamente.

Dagli anni Sessanta le maggiori delle quasi cinquecento tribù nativo-americane hanno il riconoscimento di nazione. A maggior ragione i Navajo con la loro lingua, la loro storia, la loro cultura. E due bandiere, la loro e quella a stelle e strisce. Sotto quest’ultima combatterono nella Seconda guerra mondiale. Se non fosse stato per i Code Talkers, i parlatori in codice, la guerra nel Pacifico sarebbe durata di più. E sarebbe costata la vita ad altre decine di migliaia di soldati americani. I giapponesi avevano decifrato i codici segreti dei comandi americani. Che ricorsero ai Navajo. E dal 1942 in poi le istruzioni venivano trasmesse nella loro lingua. Lo racconta un bel film con Nicolas Cage The Windtalkers. In un altro film, Flags of our Fathers, Clint Eastwood descrive la battaglia di Iwo Jima, che non sarebbe mai stata presa senza i Navajo. Gli americani accusarono perdite devastanti. Come a Guadalcanal, Okinawa e altrove. Se avessero dovuto conquistare l’arcipelago giapponese isola per isola, avrebbero avuto – secondo i calcoli – mezzo milione di morti in più. I giapponesi non si sarebbero mai arresi. Sono stato a Okinawa e ho visto le gallerie e le caverne dove si erano asserragliati e dove si suicidarono piuttosto che farsi catturare. Questo spiega perché nell’agosto 1945 il presidente Truman ordinò di sganciare le atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

Dice ancora il Gran Capo: "Siamo fieri del nostro passato". I governi di Washington ne hanno preso atto. I Navajo sfruttano i giacimenti di uranio, petrolio, gas naturale. I profitti superano di gran lunga i sussidi dello Stato federale. Ancora maggiori quelli dei Casinò. Ce ne sono quattro con annessi giganteschi resort alberghieri. Strappano a Las Vegas la clientela medio-bassa. E poi c’è il turismo. Se si pensa che in quell’immenso territorio si trovano la rossa e assolata Monument Valley, il Gran Canyon dai vertiginosi abissi, il leggendario fiume Colorado che cambia colore quattro volte al giorno, se si pensa che fra i deserti e le rocce si stende il lago Powell, un lago artificiale incassato fra le montagne dell’Arizona e dello Utah, se si pensa a tutto questo ci si spiega anche perché ogni anno milioni di turisti si lascino dietro milioni di dollari. Questa la ragione per la quale il loro parlamento può deliberare in libertà. La natura prima di tutto.

La tribù si considera un’estensione di Madre Terra. La vuole proteggere, preservare, celebrare nei canti, nelle danze, nelle preghiere. Recitano i versi scolpiti nel legno di uno dei maggiori parchi naturali: possa la bellezza essere prima di me, possa la bellezza essere dopo di me, sopra di me, sotto di me, possa io camminare nella bellezza.

(cesaredecarlo@cs.com)