di Achille Perego Il sorpasso era atteso ma non così presto. Invece, complice anche gli effetti della pandemia da Covid, la Cina (nella foto il presidente Xi Jinping) supererà gli Stati Uniti e diventerà la prima potenza economica mondiale nel 2028, con cinque anni di anticipo rispetto al previsto. Il Giappone dovrebbe restare terzo fino al 2030, quando verrà scavalcato dall’India, che spingerà la Germania dal quarto al quinto posto. Il Regno Unito del dopo Brexit scivolerà invece dal quinto al sesto posto, la Francia difenderà la sua settimana posizione mentre l’Italia – per cui il Cebr prevede un meno 10,6% del Pil quest’anno - dall’attuale ottavo posto perderà gradualmente posizioni fino al quattordicesimo nel 2035. La nuova...

di Achille Perego

Il sorpasso era atteso ma non così presto. Invece, complice anche gli effetti della pandemia da Covid, la Cina (nella foto il presidente Xi Jinping) supererà gli Stati Uniti e diventerà la prima potenza economica mondiale nel 2028, con cinque anni di anticipo rispetto al previsto. Il Giappone dovrebbe restare terzo fino al 2030, quando verrà scavalcato dall’India, che spingerà la Germania dal quarto al quinto posto. Il Regno Unito del dopo Brexit scivolerà invece dal quinto al sesto posto, la Francia difenderà la sua settimana posizione mentre l’Italia – per cui il Cebr prevede un meno 10,6% del Pil quest’anno - dall’attuale ottavo posto perderà gradualmente posizioni fino al quattordicesimo nel 2035.

La nuova previsione sulla marcia del Dragone è stata annunciata ieri a New York dal Center for Economics and Business Research (Cebr). Secondo il Cebr Pechino, da anni impegnata in una guerra commerciale con l’America di Trump (che ora con Biden dovrebbe cambiare) si starebbe prendendo una grande rivincita grazie alla pandemia che ha spostato gli equilibri dell’economia mondiale, che nel 2020 perderà 6mila miliardi di dollari con un meno 4,4%, il peggior risultato dalla Seconda Guerra mondiale in poi. Nell’anno del Coronavirus, però, la Cina, nonostante sia stata l’epicentro della pandemia con Wuhan, ha saputo reagire meglio – evitando la seconda ondata – e chiuderà il 2020 con un Pil in crescita del 2% contro il meno 5% degli Usa.

Una distanza che resterà nei prossimi anni e quindi, con circa 3 punti e mezzo di differenza nella crescita, spiega Michele Geraci, docente di Politica Economica e di Finanza alla Nottingham Ningbo e alla New York University a Shanghai, in otto anni Pechino colmerà il gap – circa 14mila miliardi di dollari di Pil contro poco meno di 21mila - con Washington. Al di là della capacità della Cina, ma in generale di tutta l’Asia, di aver fronteggiato meglio l’emergenza sanitaria (meno di 5mila morti contro gli oltre 330mila americani) non c’è dubbio che, pur accusando un forte calo della crescita, sarà uno dei pochi Paesi che chiuderanno il 2020 con il segno più. Grazie soprattutto, avverte Marco Fortis, direttore della Fondazione Edison, al sostegno all’economia da parte dello Stato. Gli Stati Uniti, invece, aggiunge Andrea Fracasso, docente di Politiche economiche all’Università di Trento, hanno pagato lo scotto delle elezioni presidenziali e dell’opposizione di Trump, che hanno frenato il nuovo pacchetto di aiuti dopo i 2mila dollari di stimoli approvati dal Congresso nel pieno della pandemia.

Che dovesse arrivare il sorpasso della Cina, primo Paese manifatturiero al mondo, ricorda Fortis, era già previsto quando nacque l’acronimo dei Brics. Ma il fatto che diventerà primo anche per il Pil non significa che nei prossimi cinque-dieci anni lo sarà altrettanto per le nostre esportazioni, che vedranno sempre privilegiate Germania, Francia, Usa e Gran Bretagna. Il sorpasso, conclude Geraci, non deve farci paura perché un conto è il Pil e un altro il potere d’acquisto dei cinesi, che resta un quinto di quello degli americani. E quindi, diversamente da quel che avvenne nel 1870 con il soprasso degli Usa sul Regno Unito, non c’è da temere una campagna di conquista economica da parte della Cina, con il governo di Pechino impegnato invece a far diventare indipendente economicamente il Paese e a rafforzare il mercato interno. Ma non c’è dubbio che sarà l’Asia il motore dei prossimi anni e l’Italia delle Pmi, eccetto il Giappone e un po’ la Corea, è pochissimo presente in questi mercati, tanto che in Cina persino il caffè è americano e inglese. Quindi "è il momento di darci una svegliata se non vogliamo perdere il treno cinese".