4 apr 2022

La mia notte con gli agenti speciali. Nel buio a caccia di sabotatori russi

Il reportage. Vadim, capo di un reparto ucraino: "Passano informazioni al nemico, ne abbiamo già presi ventisei"

salvatore garzillo
Cronaca
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Due momenti dell'irruzione notturna degli agenti speciali in un palazzo di Kharkiv

Kharkiv di notte non esiste. È un punto nero su una mappa scura illuminata solo dalle esplosioni a ritmo irregolare. Non c’è neppure la consolazione di una finestra accesa, il coprifuoco prevede l’oscuramento totale. Gli unici a muoversi sono gli agenti della Special Unit Investigation.

"In queste settimane abbiamo catturato 26 sabotatori, li facciamo prigionieri per ottenere informazioni sul nemico", dice Vadim, che è un ufficiale della polizia di Kharkiv. La balaclava lascia solo uno spiraglio per gli occhi. Vadim parla un po’ di francese, stringe il suo Kalashnikov al petto mentre percorriamo le strade deserte in auto. "I sabotatori russi si mescolano tra i civili e forniscono informazioni al nemico per bombardarci. Puntano a infrastrutture strategiche, luoghi militari ma anche scuole e luoghi affollati da civili".

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Si interrompe, fa segno all’autista di fermarsi. Nel buio più cupo ha visto qualcosa. C’è un uomo in un vicolo, siamo in un quartiere a ovest. In due gli puntano prima il fucile e poi gli chiedono i documenti. È un ubriaco, la sua unica arma è una bottiglia ma siamo oltre il coprifuoco. Finisce nel retro del cellulare, in una gabbietta che sembra quella degli accalappiacani. "La maggior parte dei cittadini rispetta le regole, dobbiamo punire chi trasgredisce", riprende Vadim, che poi ricomincia a parlare dei sabotatori. "Hanno molti sistemi per segnalare i target. Innanzitutto posizionando dispositivi elettronici all’interno o nei pressi dell’edificio scelto. Oppure utilizzando una particolare pittura invisibile a occhio nudo. In questo modo i russi possono colpire con aerei e con droni. Ne abbiamo presi molti finora, in questa zona di Kharkiv abbiamo il pieno controllo".

Arriva una segnalazione, l’auto accelera e raggiunge un blocco poco distante. Inizia la ricerca con le torce montate sui fucili. Ecco il palazzo, gli uomini neri entrano col Kalashnikov spiegato, l’aria è ferma, al piano terra ci sono dieci inquilini che dormono nell’atrio, forse per essere più vicini al rifugio. Nessuno fiata. Le forze speciali salgono al terzo piano, l’unico suono sono i loro passi sui gradini. Davanti alla porta dei sospetti mettono tutti il colpo in canna. Se dentro ci sono davvero sabotatori, è meglio non pensarci. Il capo pattuglia picchia forte alla porta, urla in ucraino. Apre un ragazzo, lo spingono dentro poggiandogli la canna del fucile al petto. Sono attimi concitati ma ognuno conosce il suo posto. In casa ci sono sei ragazzi e quattro ragazze, li fanno sdraiare a terra, la canna del Kalashnikov preme sulla testa. Due uomini controllano l’eventuale presenza di armi, gli altri trascinano fuori i sospetti sul pianerottolo buio. Faccia al muro, mani dietro la testa, le gambe vengono allargate con calci alle caviglie. Non capiamo l’ucraino ma basta vedere la reazione dei fermati: immobili, pietrificati. Il corridoio si riempie, strani riflessi dovuti alle torce, una ragazza scoppia a piangere e non la smette più. Ci vuole qualche minuto per capire che non sono sabotatori ma ragazzi che avevano organizzato una festa nel posto sbagliato al momento sbagliatissimo. Fuori c’è la guerra, molti dei loro coetanei stanno combattendo, il loro comportamento è ritenuto inaccettabile. In strada, davanti alle auto di servizio, attendono in ginocchio di entrare nelle gabbiette. La ragazza continua a piangere.

 

 

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