L’accoglienza dei profughi afghani arrivati ieri a Montecatini Terme (Pistoia)
L’accoglienza dei profughi afghani arrivati ieri a Montecatini Terme (Pistoia)
di Ilaria Ulivelli "Ha fatto le trasfusioni, ha la leucemia". Si legge così sul telefonino che traduce dal dari, il persiano d’Afghanistan, una delle due lingue ufficiali, con il pashto, nel Paese preso dai talebani. Tarana ha 27 anni e viene da Kabul. Per lei parlano gli occhi che raccontano più di mille parole. Per quelle c’è bisogno del traduttore simultaneo sul telefonino, perché anche i mediatori con la lingua dari sono in panne. Un viaggio odissea. "Aspettavamo quell’aereo, avevamo paura che non venisse più a prenderci", racconta. E invece è arrivata ieri a Montecatini, dopo il volo e il pullman, lei con il primo gruppo di...

di Ilaria Ulivelli

"Ha fatto le trasfusioni, ha la leucemia". Si legge così sul telefonino che traduce dal dari, il persiano d’Afghanistan, una delle due lingue ufficiali, con il pashto, nel Paese preso dai talebani. Tarana ha 27 anni e viene da Kabul. Per lei parlano gli occhi che raccontano più di mille parole. Per quelle c’è bisogno del traduttore simultaneo sul telefonino, perché anche i mediatori con la lingua dari sono in panne.

Un viaggio odissea. "Aspettavamo quell’aereo, avevamo paura che non venisse più a prenderci", racconta. E invece è arrivata ieri a Montecatini, dopo il volo e il pullman, lei con il primo gruppo di 51 rifugiati afghani che in Toscana a sera erano 219. Con lei i due figli Said di 5 e Ali Zaki di 8 anni. Il piccolo è tetraplegico dalla nascita e la mamma racconta che ha la leucemia. "Sono giorni che non lo curano", ci permette di leggere il traduttore. Al governatore toscano Eugenio Giani non serve altro, organizza il ricovero per il piccino all’ospedale pediatrico Meyer e chiede accoglienza per mamma e fratello, per non separare ancora la famiglia. Grande forza d’animo e una bella scorza di quelle che solo la vita dura forma. A distanza dalla retorica. Per questo non ci sono lacrime per lei, né per i bambini. "Le abbiamo finite molto tempo fa", dice Tarana, più stanca e spaesata che intimorita, mentre ripete "Inshallah". Una gratitudine schietta che si impasta alla speranza di una vita nuova: "Speriamo nella pace, ringraziamo l’Italia, pensando che un giorno potremo tornare a casa".

"Sono arrivati affamati come lupi", raccontano al pediatrico. Due giorni senza cibo e senza sonno. Si erano già avventati sul cesto delle caramelle, dei leccalecca e delle merendine. Il racconto è faticoso. Anche le psicologhe che sono state messe al suo fianco possono fare poco più che leggere il linguaggio universale del corpo, degli sguardi. I bambini che si attaccano alla mamma, per loro casa è lei.

Tarana è anche sorpresa dall’accoglienza. Come gli altri scesi dal pullman con la sua famiglia. Tutti collaboratori del corpo diplomatico italiano, delle associazioni che hanno operato in territorio afghano. Si aspettavano una tendopoli, "abbiamo trovato camere d’albergo e un ospedale".

Gli accertamenti medici andranno avanti alcuni giorni. Ma dalle prime analisi non risulta che Said abbia la leucemia. "Per questo stiamo cercando di capire di più", spiega il direttore generale del Meyer, Alberto Zanobini.

All’ospedale pediatrico hanno trovato una stanza per accogliere mamma e figli. Oltre all’assistenza hanno messo in piedi gli aiuti di altro tipo. Tarana e i bambini sono arrivati senza niente. "Siamo stati obbligati a scappare, abbiamo lasciato casa ma anche un pericolo concreto".

La stanchezza del viaggio, dei giorni spesi con l’incubo della persecuzione, il parapiglia all’aeroporto, rendono pesanti le palpebre di Tarana. Ha bisogno di riposare. Ne ha bisogno lei e ne hanno bisogno i suoi due figli. Vite morsicate e strappate a tutto quello che sin qui avevano costruito. Restano i sogni. Quelli della piccola Haifa, scesa con loro dal pullman vestita da principessa. Una bambina in tulle rosa è una promessa. "E la speranza di tutti noi", dice Tarana.