Roma, 18 febbraio 2021 - La sola concessione che Mario Draghi farà al modello di protezione sociale ed economica a pioggia per lavoratori e imprese utilizzato fino a oggi sarà la proroga del blocco dei licenziamenti e della cassa integrazione per qualche altro mese, oltre il 31 marzo prossimo. Lo hanno chiesto insieme Matteo Salvini e Nicola Zingaretti al premier, dopo l’incontro a due di qualche giorno fa. Ma ciò non toglie che già il decreto legge Ristori cinque, ribattezzato Draghi Uno, conterrà una nuova impostazione secondo la filosofia rilanciata autorevolmente ieri dal premier: basta salvataggi a carico dello Stato per imprese decotte o che rischiano di andare fuori mercato, ma tutela comunque garantita per i lavoratori...

Roma, 18 febbraio 2021 - La sola concessione che Mario Draghi farà al modello di protezione sociale ed economica a pioggia per lavoratori e imprese utilizzato fino a oggi sarà la proroga del blocco dei licenziamenti e della cassa integrazione per qualche altro mese, oltre il 31 marzo prossimo. Lo hanno chiesto insieme Matteo Salvini e Nicola Zingaretti al premier, dopo l’incontro a due di qualche giorno fa. Ma ciò non toglie che già il decreto legge Ristori cinque, ribattezzato Draghi Uno, conterrà una nuova impostazione secondo la filosofia rilanciata autorevolmente ieri dal premier: basta salvataggi a carico dello Stato per imprese decotte o che rischiano di andare fuori mercato, ma tutela comunque garantita per i lavoratori interessati attraverso l’indennità di disoccupazione, l’assegno di ricollocazione, le politiche attive e la formazione.

Salvare le imprese che possono sopravvivere, non sprecare soldi pubblici su quelle che non hanno futuro. Salvare non i singoli posti di lavoro, ma tutelare il lavoro. Insomma, anche nel mercato del lavoro seguire il criterio del "debito buono" al posto del "debito cattivo". L’impostazione dell’ex presidente della Bce è netta e l’ha espressa in più occasioni e significativamente ieri, ma come si tradurrà questo impianto in provvedimenti concreti?

Tanto più che, come avvisa lo stesso premier, "la pandemia ha finora ha colpito soprattutto giovani e donne, una disoccupazione selettiva ma che presto potrebbe iniziare a colpire anche i lavoratori con contratti a tempo indeterminato".

Il banco di prova del nuovo metodo e del nuovo merito sarà proprio il decreto in cantiere, fondato sui 32 miliardi dell’ultimo scostamento ai quali aggiungere i 4,5 destinati al settore del turismo invernale. Alla base degli indennizzi riveduti e corretti non sarà più il contributo a fondo perduto erogato sulla scorta del fatturato perso nel 2020 a confronto con quello del 2019 per le 160 categorie fermate da lockdown e blocchi a zone.

Si dovrebbe utilizzare il criterio di sostenere il finanziamento dei costi fissi (affitti, manutenzione, bollette, spese di gestione): insomma erogare soldi per far continuare l’attività a imprese in crisi che, però, possono farcela. Non ristorare il passato, insomma, ma finanziare il futuro e il prosieguo dell’attività.

Il meccanismo di fatto si traduce in selezione delle imprese salvabili: solo quelle che possono davvero andare avanti avranno interesse a utilizzare le risorse in questo modo. Le altre dovranno seguire la strada della ristrutturazione e della liquidazione, senza ricevere soldi persi per il passato, ma non più servibili per andare avanti. Incentivi mirati, più che indennizzi, come ha spiegato, del resto, Daniele Franco, il neo ministro dell’Economia a Bruxelles qualche giornata fa. Con un’eccezione non di poco conto: tra le righe del Draghi-pensiero emerge l’idea di sostenere le imprese malmesse che, però, possono avere un futuro nell’ambito della transizione ecologica e digitale.

Non aiutare le imprese zombie, però, non significa lasciare al loro destino i loro dipendenti. E su questo versante subentra l’altra cassetta degli attrezzi alla quale punta il nuovo premier, quella per curare le ferite del mercato del lavoro. Proteggere il lavoratore, prima che il posto di lavoro, significa sì mantenere l’impianto del reddito di cittadinanza, ma aprire alla riforma degli ammortizzatori sociali, puntando sulle politiche attive per riqualificare chi perde il posto. Significa, anzi, sostituire via via l’indennità di disoccupazione e lo stesso reddito di cittadinanza con l’assegno di ricollocazione, una dote del lavoratore da spendere per una nuova assunzione o per la riqualificazione professionale.