di Davide Rondoni La questione torna sempre al nodo. La nostra giustizia, la nostra possibilità di esser giusti incontra limiti e paradossi. La scarcerazione del pluriomicida di mafia Brusca è corretta, a rigor di leggi vigenti. E quindi è giusta. Ma questo non solo non conforta le tante vittime e i loro parenti, ma ci lascia con parole rotte in mano. È un "pentito", si dice. Ma che senso ha questa parola? Il pentimento, se c’è stato, è una faccenda tra il cuore e Dio, non questione di sconti di pena e di contratto con lo Stato. Certo, se...

di Davide Rondoni

La questione torna sempre al nodo. La nostra giustizia, la nostra possibilità di esser giusti incontra limiti e paradossi. La scarcerazione del pluriomicida di mafia Brusca è corretta, a rigor di leggi vigenti. E quindi è giusta. Ma questo non solo non conforta le tante vittime e i loro parenti, ma ci lascia con parole rotte in mano. È un "pentito", si dice. Ma che senso ha questa parola? Il pentimento, se c’è stato, è una faccenda tra il cuore e Dio, non questione di sconti di pena e di contratto con lo Stato. Certo, se lo Stato si ritiene l’unico Dio (e per fortuna non lo è, con buona pace degli idealisti statalisti di sempre), allora Brusca è un pentito, ha regolato i suoi conti di coscienza con il Dio-Stato che, in cambio, gli condona un po’ di anni dall’inferno del carcere. Ma stanno davvero così le cose?

A parte che pentirsi dopo essere stato sbattuto in galera e con decine di omicidi sulle spalle suscita qualche sospetto, possiamo accettare che sia lo Stato a misurare cosa sia un pentimento? Quanto vale un pentimento di così tanto sangue e pianto versato? Lo stabilisce una corte? Dobbiamo separare i piani. E accettare che ci sia una giustizia terrena limitata (e spesso imprecisa) e un livello di Giustizia che riguarda le anime e Dio. Più corretto dunque chiamare Brusca e altri come lui "collaboratori di giustizia" non "pentiti". Come ha detto un parente di una vittima illustre, in una guerra avere nemici che passano nel nostro campo è utile e può costare qualche riconoscimento. Ma, appunto, dentro una idea di giustizia con una lettera molto minuscola. Che sconsiglia di usare retorica altisonante nel momento in cui la si esercita.

Succede invece che si esalti e si enfatizzi la legge come unica fonte di giustizia. Quanti paladini retorici della legalità, quanti magistrati o giornalisti travestiti penosamente da arcangeli Gabriele. Ben più saggio il Manzoni, laico e cattolico, che nel suo "Storia di una colonna" avvertiva delle ombre e delle difficoltà di praticare un’autentica giustizia, se pur a livello strettamente umano. E quanto più grande Dante che ricorda che, per quel che riguarda il rapporto tra l’uomo e Dio, le sue leggi e la sua misericordia che ha "sì gran braccia" possono scandalizzare i ben pensanti, i moralisti e i legulei. Da poco è stato beatificato Rosario Livatino, magistrato che ha pagato con la vita il suo impegno contro la malavita in Sicilia. Non troverete nei suoi scritti nessuna enfasi sulla nostra capacità di fare giustizia. Occorre cercarla e impegnarsi con leggi e regolamenti. Sapendo che è limitata rispetto al nostro desiderio di una vera Giustizia. Che speriamo ci attenda altrove. Confondere i piani è l’inizio di una grande terribile ingiustizia.