di Viviana Ponchia Giampiero Boniperti è stato l’uomo di un calcio ma anche di una Torino che non c’è più. Popolare e aristocratica, schiacciata nel paradosso dell’operaio immigrato che tifava la squadra del padrone. Lo storico Giovanni De Luca, che si definisce uno juventino ormai troppo consapevole per entusiasmarsi, ricorda invece l’entusiasmo del suo amico Aldo Agosti quando a Boniperti riuscì a stringere la mano e poi non se la lavò per una settimana. Agnelli, i suoi uomini. I re di una città...

di Viviana Ponchia

Giampiero Boniperti è stato l’uomo di un calcio ma anche di una Torino che non c’è più. Popolare e aristocratica, schiacciata nel paradosso dell’operaio immigrato che tifava la squadra del padrone. Lo storico Giovanni De Luca, che si definisce uno juventino ormai troppo consapevole per entusiasmarsi, ricorda invece l’entusiasmo del suo amico Aldo Agosti quando a Boniperti riuscì a stringere la mano e poi non se la lavò per una settimana. Agnelli, i suoi uomini. I re di una città scomparsa.

Che cosa resta?

"Apparentemente nulla. Però chi prova a cercarlo troverà il fantasma di Libertino Faussone, l’amante del lavoro ben fatto in La chiave a stella di Primo Levi. L’operaio che incarnava lo spirito del fordismo ha tenuto duro fino all’exploit delle Olimpiadi del 2006, poi ha fatto un passo nell’ombra. Ma la tradizione del saper fare rimane".

Platini ha detto che Boniperti era l’uomo azienda sempre a caccia di gente capace di vincere. Questo è fordismo allo stato puro.

"Boniperti è stato il simbolo di tre Torino diverse. La prima è quella che si lecca le ferite nel ’46. Arriva e nel suo talento c’è la forza della ricostruzione. È l’italiano vincente come Coppi e Bartali, l’eroe sportivo che rianima una città e aiuta persino a elaborare il lutto di Superga. Poi diventa il campione della Juve più forte di sempre e del boom economico di cui Torino è al centro".

Poi c’è la terza fase.

"Tra il 1970 e il 1980, è quella del Boniperti dirigente. Grandi fabbriche, grandi famiglie imprenditoriali. L’attimo fuggente delle ciminiere e delle energie fumanti. Il lavoro ben fatto segna il rapporto con Agnelli. Un rapporto certamente di subordinazione, ma non solo. Era l’uomo del ‘900 allevato in azienda, non un Marotta che va e viene. Il modello Fiat applicato al calcio".

Alla fine arriva Berlusconi.

"E quella irruzione porta i procuratori, la pubblicità, gli sponsor. Lui fa fatica ad accettare tutto questo ma ne è sedotto. L’epilogo malinconico è da parlamentare europeo con Forza Italia".

Oggi a Torino non c’è più la Fiat ma c’è Ronaldo.

"Juve e CR7, la fusione di due marchi. Non certo un prodotto di vivaio come piaceva a lui che amava gli azzardi consapevoli e prendeva il povero Picchi dall’Inter, rischiava con Cabrini e Rossi. Torino oggi ha un grosso problema di classe dirigente. La Fiat è stato uno strepitoso terreno di selezione. Come pure la Democrazia Cristiana, le parrocchie, i sindacati. La linfa si è inaridita. La malinconia delle primarie del Partito Democratico è solo un esempio".