di Deborah Bonetti Il premier Boris Johnson è stato costretto a scusarsi in Parlamento, per aver partecipato a un festino nel suo giardino di Downing Street, mentre il resto del Paese era in lockdown. Per giorni il primo ministro britannico aveva taciuto sulla sua presenza o meno al drinks party nella sua residenza, il 20 maggio 2020, che violava le regole di lockdown peraltro appena inasprite lo stesso giorno dal suo ministro alla cultura, Oliver Dowden. Le continue rivelazioni di raduni illegali...

di Deborah Bonetti

Il premier Boris Johnson è stato costretto a scusarsi in Parlamento, per aver partecipato a un festino nel suo giardino di Downing Street, mentre il resto del Paese era in lockdown. Per giorni il primo ministro britannico aveva taciuto sulla sua presenza o meno al drinks party nella sua residenza, il 20 maggio 2020, che violava le regole di lockdown peraltro appena inasprite lo stesso giorno dal suo ministro alla cultura, Oliver Dowden. Le continue rivelazioni di raduni illegali a Downing Street (in almeno due occasioni a dicembre 2020, e ora a maggio dello stesso anno) hanno danneggiato la reputazione del premier per molti ben oltre il salvabile, ma finora Johnson aveva sempre negato di aver fatto qualsiasi cosa di sbagliato e si era nascosto dietro ai "no comment", annunciando un’inchiesta interna indipendente sulla questione.

Ieri, Keir Starmer, ex capo procuratore e avvocato di successo e ora leader dell’opposizione laburista, lo ha accusato di aver mentito e ha definito le sue scuse "ridicole e insultanti".

Per la prima volta, il misurato Starmer ha sfidato il premier, chiedendogli pubblicamente di dimettersi, cosa chiesta da ogni capogruppo politico nei Comuni. Johnson ha, però, resistito e ha continuato a ripetere di voler aspettare l’esito dell’inchiesta, dichiarando di "non aver tecnicamente violato" le regole, ma aggiungendo che capiva la rabbia della gente che aveva fatto "enormi sacrifici". Johnson ha poi concesso che "col senno di poi avremmo dovuto fare le cose in modo diverso". A far inferocire l’opposizione è stata però la dichiarazione del premier di "non aver capito" che il party – a cui il suo segretario Martin Reynolds aveva invitato più di 100 persone, dicendo a tutti di "portare una bottiglia" – non fosse "un evento lavorativo". Johnson ha poi aggiunto: "Avrei dovuto chiedere a tutti i presenti di rientrare alle loro postazioni". Per una volta, il primo ministro britannico è riuscito a restare serio nei Comuni: nessuna battuta, nessun sorrisetto o ghigno. Sembrava "uno scolaretto beccato in flagrante dal preside", come ha commentato un insider a Westminster. Ma, pur scusandosi, il premier non ha convinto nessuno. Un sondaggio del Times segnalava che oltre il 75% lo voleva vedere dimissionario. E i tory, noti per la spietatezza nei confronti dei loro leader considerati ormai obsoleti, starebbero già pensando al suo successore. In pole position ci sarebbe la ministra degli esteri Liz Truss ("la nuova Thatcher") e il cancelliere dello scacchiere, Rishi Sunak.