Roberto

Giardina

I simboli sono preda di tutti. Il Movimento Sociale si fregiava della fiamma tricolore. Il Partito comunista italiano nel ’48 adottò Garibaldi perché indossava una camicia rossa. Erano comunisti i mille che sbarcarono a Marsala?

Io sarei fascista perché non resto insensibile quando vedo sventolare il tricolore a Berlino dove vivo?

Non canto l’Inno di Mameli perché sono stonato, ma lo farei anche se per qualcuno il testo lascia a desiderare, come tutti gli inni nazionali. Che sarà mai l’elmo di Scipio? Trascinante la Marsigliese, ma le parole grondano sangue, i tedeschi hanno rinunciato a un paio di versi, al Deutschland über alles. L’inno spagnolo, la Marcha Real, saggiamente è senza parole. L’Ode alla Gioia della nostra Europa è di Friedrich Schiller, giovane ribelle, con il testo siamo d’accordo, ma non ci trascina perché è di tutti e di nessuno.

Le parole sono una barriera, invecchiano, si fraintendono. Quando sventola il tricolore pensiamo al nostro Paese e non alla guerra. Alla piccola nostra patria, fatta di ricordi, di sapori, di amori ancora vivi o non dimenticati, non alla Nazione. D’istinto, senza riflettere.

Io non sono italiano perché sono nato a Palermo o a Torino, ma perché condivido un colore, uno sventolio, con milioni di connazionali, che magari parlano altri dialetti che non capisco, e che non sempre votano come me, credono in Dio oppure no.

Ma siamo uniti da un’emozione.