Viviana

Ponchia

Massima comprensione per Stefan Thomas, programmatore tedesco che vive a San Francisco. Per otto volte ha sbagliato la password del suo portafoglio elettronico. Gli restano altri due tentativi. Se fallisce ancora perderà per sempre 220 milioni di dollari in Bitcoin, la moneta digitale cara ai nerd. Non è l’unico in pena. Nell’inferno della vita alfanumerica siamo tutti prigionieri. Nel mio piccolo ho cercato di sbloccare la sim del cellulare con il pin del bancomat realizzando alla terza manovra, quella fatale, che il puk era memorizzato sul cellulare stesso. Ho tentato di usare alla cassa del supermercato il codice cliente della banca on line, confuso username del presente e del passato, forzato sbarramenti di sicurezza con l’ostinazione di chi ancora si fida della memoria e mescola codice fiscale e targa della macchina. Sul mio pc c’è un file criptato e pesantissimo dove sono certa di avere scritto cose memorabili. Non lo aprirò più, con l’ispirazione è svanita anche la parola magica. I migliori hacker su piazza hanno detto che è meglio così. Mi sento oltraggiata dai numeri di telefono che solo il telefono ricorda, dalle password per ricordare la password. Sobbalzo quando mi chiedono il pin, però puk è peggio: scrivere sempre, scrivere tutto. Ma lo tsunami travolge la carta, persino la lavastoviglie ha il suo codice da dimenticare. "È sbagliato, non mi riconosce" ha detto il tecnico che doveva ripararla. E lì ho capito di non potercela fare.