di Elena Comelli La partita per il futuro politico di Donald Trump e dei suoi seguaci non si gioca solo a Washington, dov’è cominciata ieri la procedura d’impeachment, ma nella Silicon Valley, dove i giganti del web hanno chiuso i rubinetti della sua macchina promozionale dopo il "golpe fallito" del presidente uscente. Trump non ha più un account Twitter o Facebook in seguito alle violenze in Congresso, mentre Amazon, Google e Apple hanno estromesso da tutte le piattaforme Parler, il social network preferito dai sostenitori di destra di Trump. Parler, a sua volta, non starà a guardare: i vertici hanno annunciato una causa contro Amazon per aver violato le regole della concorrenza. Ma dove si colloca l’equilibrio fra il diritto di un’azienda tecnologica di censurare gli utenti che...

di Elena Comelli

La partita per il futuro politico di Donald Trump e dei suoi seguaci non si gioca solo a Washington, dov’è cominciata ieri la procedura d’impeachment, ma nella Silicon Valley, dove i giganti del web hanno chiuso i rubinetti della sua macchina promozionale dopo il "golpe fallito" del presidente uscente.

Trump non ha più un account Twitter o Facebook in seguito alle violenze in Congresso, mentre Amazon, Google e Apple hanno estromesso da tutte le piattaforme Parler, il social network preferito dai sostenitori di destra di Trump. Parler, a sua volta, non starà a guardare: i vertici hanno annunciato una causa contro Amazon per aver violato le regole della concorrenza. Ma dove si colloca l’equilibrio fra il diritto di un’azienda tecnologica di censurare gli utenti che violano le sue politiche sui contenuti e il diritto di un individuo alla libertà di espressione?

Molti leader, soprattutto in Europa, considerano "problematico" l’eccessivo potere politico di una manciata di società private. E anche gli investitori sembrano essersi irritati per la mossa dei colossi del web: le azioni di Twitter sono crollate ieri a Wall Street con punte del -10%, per poi assestarsi attorno al -6%; quelle di Facebook hanno tenuto un po’ di più, ma sono finite sempre in terreno negativo. Cali che vengono legati dagli analisti proprio alla decisione di estromettere gli account del presidente uscente.

"La possibilità di interferire nella libertà di espressione va ristretta nei limiti definiti dalle leggi e non può venire dalla decisione autonoma di un’impresa privata", ha detto Steffen Seibert, il portavoce della cancelliera Angela Merkel, riconoscendo però che "le grandi piattaforme digitali hanno una grande responsabilità e non possono non agire" di fronte a contenuti che incitano all’odio e alla violenza.

Il giudizio della Merkel non sorprende, visto che la cancelliera si basa su una legislazione da sempre molto più restrittiva di quella americana, che vieta l’utilizzo di simboli e slogan derivate dal passato nazista, con condanne penali per l’antisemitismo e il razzismo, tanto che negli anni tutti i canali web dei neonazisti tedeschi si sono trasferiti fisicamente negli Stati Uniti, dove la libertà di espressione è rigorosamente tutelata dalla Costituzione. La legge tedesca obbliga i social network a rimuovere, entro 24 ore dall’ordine, ogni contenuto potenzialmente illegale, con pene pecuniarie fino a 50 milioni di euro: è considerata una delle legislazioni più severe del mondo democratico in materia di libertà d’espressione. Merkel non è stata l’unica, in Europa, a criticare Twitter e Facebook.

Il commissario europeo Thierry Breton ha espresso anche lui i suoi dubbi su una decisione "priva di controllo legittimo e democratico", mentre il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire ha dichiarato che "la regolamentazione dei giganti digitali non può essere fatta dalla loro stessa oligarchia". Perfino il dissidente russo Alexeij Navalny ha attaccato la decisione, definendola un "inaccettabile atto di censura".

In questo caso, però, non si tratta del controllo di un governo sul web, come succede a Mosca o a Pechino, ma precisamente del contrario. Per anni i social media sono stati messi sotto pressione perché agissero contro Trump, che ha usato le loro piattaforme per soffiare sul fuoco della violenza e seminare disinformazione, dalla ridicolizzazione della pandemia alle affermazioni infondate secondo cui i Democratici gli avrebbero "rubato" la vittoria. Per Robert Reich, professore a Berkeley ed ex ministro del Lavoro sotto Bill Clinton, "i social media sono in ritardo di 4 anni. Hanno lasciato che le bugie, le teorie del complotto e l’odio di Trump mettessero radici profonde". Un ex dirigente di Twitter, ha sostenuto che la società è stata "incredibilmente paziente" con Trump, ma si è sentita in dovere di fermarlo nel timore di un’altro scoppio di violenza all’inaugurazione di Joe Biden il 20 gennaio.