Un manutentore di un cancello automatico della Faac di Bologna
Un manutentore di un cancello automatico della Faac di Bologna
di Riccardo Rimondi I cancelli della Chiesa conquistano il mondo. Faac, società di Zola Predosa (Bologna), leader nell’automazione e controllo per accessi pedonali e veicolari (cancelli, sbarre, ingressi), ha annunciato un accordo per acquisire a gennaio il gruppo Tiba: una società con la testa a Tel Aviv e il 90% del fatturato negli Stati Uniti. L’operazione, da 135 milioni di dollari, è la più costosa nella storia della multinazionale bolognese, che negli ultimi 10 anni ha effettuato 21 acquisizioni. Ad agosto ha rilevato la svedese Assa Abloy. L’anno prossimo l’azienda, attiva in 27 Paesi con 50 società e otto stabilimenti produttivi, potrebbe...

di Riccardo Rimondi

I cancelli della Chiesa conquistano il mondo. Faac, società di Zola Predosa (Bologna), leader nell’automazione e controllo per accessi pedonali e veicolari (cancelli, sbarre, ingressi), ha annunciato un accordo per acquisire a gennaio il gruppo Tiba: una società con la testa a Tel Aviv e il 90% del fatturato negli Stati Uniti. L’operazione, da 135 milioni di dollari, è la più costosa nella storia della multinazionale bolognese, che negli ultimi 10 anni ha effettuato 21 acquisizioni. Ad agosto ha rilevato la svedese Assa Abloy. L’anno prossimo l’azienda, attiva in 27 Paesi con 50 società e otto stabilimenti produttivi, potrebbe arrivare a fatturare 620 milioni, circa il triplo dei ricavi di dieci anni fa.

Fin qui, è la ‘normale’ storia di una Pmi italiana che diventa leader mondiale della sua nicchia. Meno normale è tutto il resto, a partire dall’assetto societario: dal 2014 Faac è sotto il controllo dell’Arcidiocesi di Bologna, nominata erede universale da Michelangelo Manini, figlio del fondatore Giuseppe, morto nel 2012. Una lunga battaglia legale l’aveva congelata per due anni, prima che la Curia ne entrasse in possesso e, nel 2015, ne diventasse proprietaria al 100% liquidando il socio di minoranza. E proprio nel 2015, con l’arrivo dell’arcivescovo Matteo Zuppi, il nuovo capitolo: i dividendi della Faac, che di solito si aggirano sui 910 milioni l’anno, vengono destinati a interventi di rilievo sociale, dal sostegno alle famiglie bisognose al mondo della scuola, dagli interventi meritevoli selezionati da una commissione ad hoc fino al progetto Insieme per il lavoro varato con Comune e Città metropolitana. Un progetto, quest’ultimo, che coinvolge anche aziende, sindacati e associazioni per favorire l’inserimento nel mondo del lavoro di persone scarsamente autonome nella ricerca di occupazione, sostenendo la formazione. Insomma, una battaglia a tutto campo per sostenere ultimi e penultimi. L’ultima cedola, da 10 milioni, è arrivata in piena pandemia.

Sotto la Curia, la crescita del gruppo si è fatta vertiginosa. "Da quando è arrivata l’Arcidiocesi siamo triplicati di dimensioni – calcola il presidente Andrea Moschetti – e a livello di occupazione siamo passati da 1.500 dipendenti del 2012 agli oltre 3.400 odierni".

Non è finita qui, perché il management ha stretto con Zuppi, oggi cardinale, un patto: "Arrivare a un miliardo di fatturato nel 2024". Insomma, una multinazionale tascabile con un padrone d’eccezione, diviso tra obiettivi di fatturato e solidarietà. "Il cardinale Zuppi si è appassionato alla Faac e alla sua storia. È qui da cinque anni, ha assistito a buona parte della crescita recente, l’ha condivisa insieme a noi", racconta Moschetti. Lascia autonomia ai dirigenti, ma si fa sentire e vedere: "Ho appena concluso un’adunanza plenaria in fabbrica per scambiare gli auguri con gli operai, ho letto una lettera di Zuppi in cui li ringraziava, di solito veniva lui".

Quest’anno Faac dovrebbe perdere il 5% del fatturato rispetto al 2019: quasi un miracolo, visto il contesto. E nel 2021 ci saranno altri dividendi: "A marzo, con il lockdown, abbiamo detto a tutti i nostri dipendenti che nessuno avrebbe perso il lavoro per il Covid: un messaggio che ci possiamo permettere perché abbiamo un certo tipo di azionista".