Il rapper Karkadan
Il rapper Karkadan

Milano, 11 gennaio 2015 - Fotografa stati d'animo, talvolta intercetta tendenze. Fin dall'antichità, la musica veicola soprattutto messaggi: messaggi di vita; messaggi di morte. Rap compreso. Ma una metrica perfetta e la penetrazione capillare di questo genere negli stereo di tutto il pianeta non sono sufficienti a suffragare l'algebrica equazione rap=terrorismo, un calcolo di cui Chérif Kouachi si è forse illuso di farsi precettore. Lo sa bene il rapper Karkadan (in italiano "rinoceronte", in lingua accadica "signore del deserto", all’anagrafe Sabri Jemel), nato e cresciuto a Tunisi e trapiantato a Milano, che con la sua musica da anni cerca di smentire proprio quei messaggi di morte che si camuffano dietro al nome di Allah.  E lo fa provocando Karkadan: con uno stile diretto al grido dissacrante di “I love Jihad”.

Testo e video di questa canzone sono piuttosto forti…
“Con ‘I love Jihad’ volevo proprio sortire questo effetto. Scene in cui arabi bevano e sniffano cocaina mentre pregano serve a smascherare una categoria appartenente al mondo islamico. Una categoria che si nasconde dietro al culto e ai suoi cliché per ingannare quella parte della popolazione molto fedele che finisce per credere anche alle parole di queste persone. Accanto ai gruppi organizzati infatti esistono realtà che a mio avviso sono molto più pericolose. Veri fanatici della religione che, perpetrando le loro minacce su internet, incitano alla violenza. Ed è proprio contro il dilagare di questa schizofrenia che lancio il mio messaggio”.

Mettendo in luce le contraddizioni di questa frangia dell’islamismo si pone in una posizione scomoda…
“Certamente. Molte volte vengo censurato e scoraggiato dalla gente stessa che sostengo e che cerco di difendere nei miei testi. Ricevo anche delle minacce. Sotto ai miei video su internet ce ne sono diverse. Per la comunità tunisina sono un ‘peccatore’ e vengo additato come un pazzo”.

E’ per questo che ha chiamato ‘Zoufree’ (peccatore) il suo ultimo album?
“Esatto. Io sono musulmano e credo al Corano. Però credo poco alla tradizione e alla cultura di questa religione che negli anni è stata manipolata da sultani e sceicchi”.

Il testo della canzone è in arabo-francesizzato. Di cosa parla?
“Parlo dei miei vizi e accuso me stesso affermando che sarà solo Dio a vedersela con me. Mi assumo le mie responsabilità. Penso infatti che la libertà di parola sia fondamentale ma questa deve sempre andare di pari passo con la responsabilità”.

E l’Islam come lo vive?
“Lo vivo molto serenamente. Ma diciamo che pratico la religione a 'modo mio'. Mi capita di andare alla moschea ma non per questo condivido tutto con chi la frequenta. Non seguo nessun imam e alcun flusso in particolare”.

Lei che conosce bene sia il rap che la lingua araba riconosce in certe canzoni messaggi che incitano alla violenza in nome della religione?
“Molti rapper ‘colorano’ i propri testi con riferimenti alla religione. Alcuni di loro sono realmente convinti di quello che dicono altri lo fanno semplicemente per omologarsi e per attirare l’attenzione della gente. E poi sì… esistono anche veri e propri messaggi di violenza in grado di influenzare le persone e che potrebbero portare a conseguenze estreme. E pensare che noi musulmani ci salutiamo con la parola salām, che significa pace…”.

Nel 2012 Virgin francese e Voodoo Records le pubblicarono una compilation dal titolo ‘Terrorist for rent!’…
“Il titolo è puramente metaforico. Nella compilation presentavo ‘terroristi in affitto’ nel senso che spingevo artisti italiani e stranieri che mi piacciono e che comunque professano un ‘Islam giusto’. Islam non è solo barba lunga e bombardamenti. Islam è anche arte e divertimento”.

E del rap delle banlieu che idea si è fatto?
“Ho una vaga idea di quelle realtà anche se gli amici della mia crew, la Karkafam, vivono in Francia. Di certo in quelle aree l’integrazione fra culture diverse è arrivata molto prima che in Italia ma questo ha paradossalmente generato piccole grandi guerre all’interno delle comunità. Sia per motivi religiosi che politici. Si tratta di ambienti difficili in tutti i sensi”.

Perché ha lasciato Tunisi per Milano?
“Tunisi era per me una città troppo stretta. Lì cominciai col rap ma solo in Italia ho potuto realizzare davvero i miei progetti, i miei sogni.  A livello di contenuti sarebbe stato impossibile diffondere le mie canzoni spesso considerate al ‘limite della morale’”. 

Ora canta anche in italiano?
“Sì. Ho scelto di farlo per far arrivare a tutti il mio messaggio. Cantare in italiano è una grande soddisfazione. Per me è un dovere. Prossimamente uscirà anche il mio nuovo album dal titolo 'Ho già mangiato'”.

francesca.nera@ilgiorno.net