La chiesa di Santa Maria Madre del Redentore a Tor Bella Monaca
La chiesa di Santa Maria Madre del Redentore a Tor Bella Monaca

Quanto è lontana Kabul da Tor Bella Monaca? Meno di quanto si possa pensare. A fine agosto le distanze si sono accorciate fino ad annullarsi. «Anche qui, nel nostro quartiere, c’è una porzione del dolore che sta vivendo il popolo afghano», sospira don Francesco, parroco di Santa Maria Madre del Redentore, al termine di una giornata di digiuno e raccoglimento.

Quella che sta celebrando non è una messa come le altre: sedute ad ascoltarlo, tra i fedeli, quattro missionarie arrivate in Italia con il ponte aereo, ben riconoscibili con il loro sari bianco e blu da figlie di Madre Teresa di Calcutta. Ora vivono a Tor Bella Monaca assieme ai quattordici giovani disabili che sono riuscite a mettere in salvo. Un’operazione difficile, portata a termine anche grazie a una suora dell’Ordine di Santa Giovanna Antida, che è lì con loro. Shehnaz ha prestato servizio per due anni fra i ragazzi con difficoltà di apprendimento dell’associazione Pro Bambini di Kabul. Ed è proprio lei, l’unica che parli un po’ d’italiano, a testimoniare l’esodo a nome di tutte di fronte agli abitanti del quartiere. Molti giovanissimi di Torbella, venuti a prendere la messa della sera, si ritrovano ad ascoltare un racconto di guerra. Non ci sono né giornalisti né telecamere, perché le suore preferiscono così.

«Quello che avete visto in TV, noi lo abbiamo vissuto», esordisce spiazzando i presenti. Racconta l’angoscia dei giorni successivi alla presa di Kabul, trascorsi assieme alle altre missionarie con il terrore che da un momento all’altro potesse arrivare una retata. A separare dall’aeroporto le suore, i ragazzi e le famiglie di collaboratori, un tragitto di venti minuti, che nella Kabul dei talebani può trasformarsi in un’odissea senza ritorno. «Non trovavamo nessuno che si prendesse la responsabilità di portarci, perché è estremamente rischioso affrontare quel breve percorso con bambini che piangono e gridano», spiega. Trovare un pulmino e un autista però non basta: «Quando siamo finalmente riusciti a salire a bordo e partire, abbiamo visto con i nostri occhi l’inferno». Le bastonate, i tentativi di sfondare la portiera non fermano il veicolo che riesce a raggiungere la destinazione. Il volo e poi l’Italia.

Anche ora che è a Roma suor Shehnaz continua a vestirsi da donna afghana: «È la fedeltà alla chiamata di Gesù a fare la monaca, non l’abito», scherza alla fine del suo intervento. Ha il capo coperto da un foulard, un camicione celeste che arriva al ginocchio e le gambe nascoste da pantaloni lunghi di cotone leggero. È così che si è sempre vestita, almeno prima che la situazione precipitasse e si trovasse costretta a portare il velo integrale. «Non posso cambiare abito e indossare la tonaca come tutte le consorelle, perché i bambini sono abituati a vedermi così e non mi riconoscerebbero», conclude.

Una parrocchiana le si avvicina alla fine della funzione: «Abbiamo pregato tanto per voi», confessa con commozione. Ma a Tor Bella Monaca non ci si limita a pregare. C’è una cultura della concretezza, dei gesti tangibili. Lo spiega Maura, volontaria della Caritas che da fine agosto è uno degli angeli custodi della piccola comunità: «Sono stata la prima a dare una mano e per questo ho potuto vedere la trasformazione di questi bambini, in alcuni casi già adulti. Sono molto cambiati, anche se sono passati solo pochi giorni». Per Maura non ci sono dubbi: è perché non sentono più le urla e le esplosioni. E soprattutto perché la gente si è stretta attorno a loro.

All’ora dei pasti i volontari, quasi tutti del quartiere, aiutano a mangiare i ragazzi che hanno bisogno di essere accompagnati in ogni attività. E lo stesso rituale di generosità e accoglienza si ripete nelle mattinate e nei pomeriggi settembrini, quando è l’ora della passeggiata e c’è bisogno di spingere le carrozzine e tenere compagnia. Grazie a queste energie, due delle ragazze del gruppo hanno potuto vedere per la prima volta il mare, quello di Ostia. È vero, anche a Tor Bella Monaca, come a Kabul, si spara: «Quello in cui viviamo è un posto in cui c’è tanta povertà; la droga continua a comandare; un posto in cui con gli anni le cose peggiorano invece che migliorare, ma ci si aiuta tutti e la solidarietà che si trova in questo fazzoletto di terra è difficile trovarla altrove», insiste Maura con gli occhi che le brillano.

Per rincasare, a messa finita, le quattro missionarie devono percorrere poche centinaia di metri. Presto si affezioneranno a don Francesco e don Alessandro. Quella di Santa Maria Madre del Redentore sarà d’ora in poi la loro parrocchia. Mentre si esce dalla chiesa, sbucando su viale Duilio Cambellotti, una di loro confessa in inglese: «Per noi è tutto nuovo». Hanno l’aria spaesata. Prima la traversata e la paura, poi la quarantena e la quotidianità da ricostruire. Non c’è stato il tempo di metabolizzare. E come se non bastasse, anche l’ostacolo della lingua. Non parlano ancora l’italiano, ma sorridono con gli occhi lasciati scoperti dalle mascherine e trovano sempre le parole per dire l’essenziale. Con tono rassicurante annuiscono: «The children are fine». I ragazzi stanno bene.