di Cesare De Carlo La politica, soprattutto quella estera, è come il gioco degli scacchi. "Prevedere le mosse degli avversari", sintetizzava Zbigniew Brzezinski, che conobbi prima della morte in un think tank a Washington. Brzezinski non cercava assoluzioni tardive. Come consigliere della sicurezza di Jimmy Carter, non aveva previsto l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Accadde la vigilia di Natale del 1979. E perché avrebbe potuto e dovuto prevederla? Perché quattro anni prima gli Stati Uniti avevano posto fine all’intervento in Vietnam in una ritirata che aveva avuto le conseguenze di una sconfitta geopolitica. In quel vuoto di potere si era...

di Cesare De Carlo

La politica, soprattutto quella estera, è come il gioco degli scacchi. "Prevedere le mosse degli avversari", sintetizzava Zbigniew Brzezinski, che conobbi prima della morte in un think tank a Washington. Brzezinski non cercava assoluzioni tardive. Come consigliere della sicurezza di Jimmy Carter, non aveva previsto l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Accadde la vigilia di Natale del 1979. E perché avrebbe potuto e dovuto prevederla? Perché quattro anni prima gli Stati Uniti avevano posto fine all’intervento in Vietnam in una ritirata che aveva avuto le conseguenze di una sconfitta geopolitica. In quel vuoto di potere si era prontamente inserito Breznev. L’Afghanistan era strategicamente importante. Da lì si controllava il Pakistan, potenza nucleare e alleato Usa, e l’India. Ora 42 anni dopo l’Afghanistan è di nuovo aperto alle tentazioni geopolitiche delle superpotenze alternative, a Russia e Cina. Alla Cina soprattutto, perché la Russia è molto fragile. Il Pil è dieci volte inferiore a quello cinese. E dunque non garantisce un adeguato supporto a eventuali avventure militari. E del resto l’invasione sovietica dell’Afghanistan era finita coma quella americana. Con conseguenze prevedibili da parte di uno scacchista. Era l’inverno 1989. Pochi mesi dopo il ritiro sarebbe crollato il muro di Berlino, si sarebbe dissolto il Patto di Varsavia. Due anni dopo morì l’Urss. Michail Gorbaciov finì nella soffitta della storia.

L’Afghanistan non ha mai portato ad alcuna occupazione duratura. Per due volte i britannici cercarono di conquistarlo e per due volte dovettero andarsene con la coda fra le gambe. Sempre per rimanere nella metafora scacchistica, in politica estera una mossa sbagliata può essere fatale. È il caso dell’America di Biden. Chiude la sua ambasciata e così fanno gli altri Paesi Nato. Ricordo che l’invasione di 20 anni fa fu una guerra Nato e non una guerra americana. Era stato attivato l’art. 5 dello Statuto, in base al quale l’attacco a uno degli Stati membri è un attacco a tutti gli Stati membri. Dunque in quella regione del mondo Usa e Europa saranno fuori gioco. Arriveranno dunque i cinesi? Non ne hanno bisogno. La loro colonizzazione sarà economica, ben attenti però a non far penetrare anche da loro il virus dell’islamismo radicale. Probabilmente in cambio chiederanno qualche base, da dove tenere a bada l’India con cui nel recente passato ci sono stati scontri di frontiera.

Ma l’umiliazione subita dall’amministrazione Biden prefigura un altro grave scenario. Riguarda Taiwan. Xi Jinping, il presidente dittatore, dice e ripete che Taiwan deve tornare alla “madrepatria“. Gli americani per oltre mezzo secolo ne hanno garantito l’indipendenza. Ma ora dopo l’Afghanistan che credibilità hanno? La Cina comunista ha già vinto la partita di Hong Kong. Ora potrebbe essere la volta di Taiwan. In Asia c’è un vuoto di potere. Fu un vuoto di potere o, se volete, furono i segnali di debolezza a provocare le crisi degli anni Sessanta. Il muro di Berlino e la crisi dei missili a Cuba maturarono dopo il vertice Kennedy-Kruscev. L’Isis nacque dopo il ritiro americano dall’Iraq. La Siria si appoggiò a Putin dopo l’elusiva linea rossa di Obama. Ora in pericolo è l’Arabia Saudita nella morsa del duplice fondamentalismo islamico, in Iran e in Afghanistan.