di Giovanni Serafini Un tappeto lunghissimo illuminato dai riflettori lungo la rue Soufflot, alle spalle dei giardini del Lussemburgo, fino al Pantheon, il tempio repubblicano dei ’grandi uomini’. Un feretro vuoto, coperto da un immenso tricolore. Sei militari dell’Armée de l’Air, quattro uomini e due donne, che scortano un corpo che non c’è. La Francia ha reso omaggio ieri sera a Joséphine Baker, ballerina, cantante, attrice, eroina di guerra, medaglia d’oro della Resistenza, cavaliere della Legion d’onore, combattente di mille battaglie contro il razzismo e il...

di Giovanni

Serafini

Un tappeto lunghissimo illuminato dai riflettori lungo la rue Soufflot, alle spalle dei giardini del Lussemburgo, fino al Pantheon, il tempio repubblicano dei ’grandi uomini’. Un feretro vuoto, coperto da un immenso tricolore. Sei militari dell’Armée de l’Air, quattro uomini e due donne, che scortano un corpo che non c’è. La Francia ha reso omaggio ieri sera a Joséphine Baker, ballerina, cantante, attrice, eroina di guerra, medaglia d’oro della Resistenza, cavaliere della Legion d’onore, combattente di mille battaglie contro il razzismo e il segregazionismo. È la prima donna nera a trovar posto al Pantheon che accoglie i corpi e la memoria dei Grandi Uomini. 75 per la precisione, da Victor Hugo a Emile Zola, da Voltaire a Rousseau. E solamente 6 donne: il che dice tutto. Joséphine è la sesta.

Il suo nome, con solo la data di nascita e di morte iscritto sulla lapide, figura accanto a quelli di due scienziate (Sophie Berthelot e Marie Curie), due resistenti (Germaine Tillion e Geneviève De Gaulle Antonioz) e una grande protagonista della vita politica francese: Simone Veil. C’era vento e piovischio ieri sul percorso, la commozione era evidente, alcuni piangevano mentre il coro dell’Armée diretto da una soldatessa intonava la canzone dei partigiani. Le immagini proiettate lungo il tragitto evocavano il destino di quella donna nata nella miseria più assoluta il 3 giugno 1906 a Saint-Louis nel Missouri, divenuta una star internazionale ammirata, ricercata e applaudita in tutto il mondo (ma all’inizio non nel suo paese), oggi sepolta a Monaco accanto al marito Jean Lion (grazie al quale ottenne la naturalizzazione francese), al figlio Moise e alla principessa Grace che fu una delle pochissime persone a sostenerla nell’ultimo periodo della sua vita. Una donna di colore al Pantheon, un’americana che aveva trovato in Francia la sua seconda patria (“J’ai deux amours, mon pays et Paris”): al tempo stesso un simbolo e un gesto politico molto abile da parte di Macron in vista delle presidenziali. Difficile non fare il confronto con l’altro evento della giornata, la diffusione del video con cui Eric Zemmour annunciava la propria candidatura: da una parte la Francia della libertà, della solidarietà, dell’antirazzismo; dall’altra quella arroccata in difesa contro gli ’aggressori’, nemica dell’Europa e ossessionata dall’idea che immigrati e musulmani stiano sostituendosi ai Francesi. Seduto accanto a Macron durante la cerimonia c’era Alberto di Monaco. Ed erano presenti tre dei dodici bambini adottati in paesi di tutto il mondo, la “tribù arcobaleno” che Joséphine Baker aveva accolto, amato ed allevato nel castello di Milandes, nel sud-ovest della Francia. "Questa donna straordinaria – ha dichiarato Macron chiudendo la cerimonia – ha incarnato i valori della nostra Repubblica. Joséphine Baker è la Francia".