di Stefano Zanatte La visita del nonno materno per nascondere la fuga dall’Italia, il passaggio in auto del confine svizzero e il volo privato da un aeroporto elvetico, forse Lugano. Solo quando Eitan era già atterrato in Israele il messaggio alla zia paterna che ha quindi denunciato l’accaduto in questura. Con l’inchiesta della procura di Pavia per eventuali responsabilità penali che inevitabilmente si affianca al contenzioso sull’affidamento del minore, un ambito civilistico che si complica con l’internazionalità della vicenda. La ricostruzione dell’accaduto è ancora necessariamente parziale, perché chi ha compiuto quello che può essere considerato un sequestro di persona, o più propriamente una...

di Stefano Zanatte

La visita del nonno materno per nascondere la fuga dall’Italia, il passaggio in auto del confine svizzero e il volo privato da un aeroporto elvetico, forse Lugano. Solo quando Eitan era già atterrato in Israele il messaggio alla zia paterna che ha quindi denunciato l’accaduto in questura. Con l’inchiesta della procura di Pavia per eventuali responsabilità penali che inevitabilmente si affianca al contenzioso sull’affidamento del minore, un ambito civilistico che si complica con l’internazionalità della vicenda. La ricostruzione dell’accaduto è ancora necessariamente parziale, perché chi ha compiuto quello che può essere considerato un sequestro di persona, o più propriamente una sottrazione internazionale di minore, non ha svelato i propri piani, certo non prima ma neppure dopo.

Quel che è certo è che alle 11.30 di sabato, il nonno Shmuel Peleg ha prelevato Eitan Biran, il bambino di 6 anni unico sopravvissuto della tragedia della funivia del Mottarone, dalla casa dove ora viveva a Travacò Siccomario, alle porte di Pavia, con la famiglia della zia paterna Aya Biran-Nirko, che ne aveva ottenuto l’affidamento dal tribunale. Una visita autorizzata e concordata con lo stesso tribunale, ma che doveva durare solo fino alle 18.30. Anziché rimanere in città con il nipotino, che non poteva espatriare, è iniziato forse già in mattinata il viaggio con destinazione ultima Israele. Verso le 20, quando è arrivato il messaggio "Eitan è a casa", il piccolo era infatti già atterrato col nonno e non a caso le prime notizie sono state diramate sabato sera da Tel Aviv. Nel mezzo il volo, di circa 4 ore, non di linea ma privato, con decollo dalla Svizzera, e il precedente tragitto in auto da Pavia e l’attraversamento del confine elvetico. Tutto molto ben pianificato, anche senza dar credito a presunti contatti del nonno con gli ambienti dell’intelligence israeliana. Le indagini della squadra mobile di Pavia stanno cercando di chiarire eventuali responsabilità di altre persone che potranno essere accusate dello stesso reato in concorso o di favoreggiamento. Dalla procura di Pavia non è stato ancora reso noto quali saranno le richieste internazionali alle autorità israeliane, ma il reato prevede anche l’arresto con mandato di cattura internazionale e successiva richiesta di estradizione.

Parallelamente devono procedere le richieste per la "restituzione" del minore alla persona che la giustizia italiana aveva stabilito come tutore, decisione appunto contesa tra i due rami della famiglia vittima della strage del Mottarone. Il prossimo 22 ottobre era fissata l’udienza al tribunale dei minori di Milano sul reclamo della famiglia materna per la nomina della zia paterna come tutrice. I Peleg non hanno, infatti, mai nascosto di volere per il piccolo Eitan un futuro in Israele, mentre i Biran, che vivono a Pavia, la considerano casa loro e anche di Eitan. Lo scorso 11 agosto, il tribunale di Pavia aveva vietato a Eitan l’espatrio. A posteriori di quel che è successo, viene da chiedersi perché nessuno abbia agito concretamente per contrastare quel che è poi davvero accaduto. Le forze di polizia pavesi pare che fossero state preallertate per eventuali servizi di sorveglianza, che però non sono stati fatti scattare in tempo.

Il tribunale di Pavia, fra l’altro, aveva già ordinato "alla famiglia Peleg di consegnare" ad Aya "entro il 30 agosto" il passaporto israeliano del bambino che, invece, "era in possesso, per motivi non chiari, del nonno materno". Passaporto con cui Peleg sarebbe riuscito a passare i controlli e a partire col piccolo.