Jean-Paul Belmondo e Alain Delon (Ansa)
Jean-Paul Belmondo e Alain Delon (Ansa)

Roma, 6 settembre 2021 - "Sono completamente annientato. Adesso cercherò di reagire per non stare nelle stesse condizioni tra cinque ore... Non sarebbe male se ce ne andassimo tutti e due, insieme. È una parte della mia vita, cominciammo insieme, sessant'anni fa". Sono le parole di Alain Delon, 85 anni, pronunciate con la voce rotta dal cordoglio ai microfoni del canale CNews, per commentare la morte di Jean-Paul Belmondo.

I due attori, ognuno a suo modo, per immagine, personalità ed indole, sono stati i protagonisti maschili del cinema francese per mezzo secolo. Hanno avuto due ruoli diversi ma vicini, da "bello e bellissimo" per Delon da "bello e dannato" per Belmondo, l'uno serio quanto l'altro scanzonato, che li ha portati ad essere dipinti spesso come rivali. Sono stati concorrenti alla fine degli anni '50 per avere parti nei migliori film dell'epoca e, contemporanemente, nel conquistare il pubblico.

Nel 1959 Belmondo dà fiducia al giovanissimo Claude Chabrol che lo dirige in 'A doppia mandata' e comincia il suo percorso parallelo con Delon che sta folgorando il pubblico grazie al successo di 'Delitto in pieno sole' (regia di René Clement). Poi Jean-Luc Godard vuole Belmondo protagonista di 'Fino all'ultimo respiro' (1960) e poi di 'Pierrot le fou' (1965), lavori con il maestro della nouvelle vague che permettono all'attore francese di vincere la sfida di tenere insieme i canoni della recitazione classica e il loro stravolgimento. Sarà la chiave dell'inatteso successo commerciale dei due film.

Rispetto a Delon, di due anni più giovane, Bebel ha il vantaggio dell'innata simpatia comunicativa, un bel naso schiacciato da boxeur fallito, una naturale predisposizione a stupire, tanto il suo 'gemello' gioca invece la carta del bel tenebroso, divorato da dilemmi interiori. Hanno esordito (o quasi) con lo stesso maestro, Yves Allegret, hanno flirtato entrambi con la nouvelle vague, hanno successo con le donne e con gli spettatori, si dividono il campo come Coppi e Bartali.

In qualche modo li accomuna anche l'Italia, giacchè entrambi vengono adottati - molto giovani - dal cinema del Bel Paese. Ed ecco allora Belmondo vestire i panni di Michele ne 'La ciociara' di Vittorio De Sica e poi di Amerigo ne 'La viaccia' di Mauro Bolognini (1961). Ma è sul mercato francese e, in particolare, nel cinema poliziesco (il polar) che combatte la grande battaglia per la popolarità con Delon. Belmondo recita con Claude Sautet in 'Asfalto che scotta' (1960), 'Quello che spara per primo' di Jean Becker (1961), 'Quando torna l'inverno' di Henri Verneuil (1962), fino a 'Lo spione' del maestro Jean Pierre Melville, lo stesso che porterà a vette assolute Delon in 'Frank Costello'.

Jean-Paul Belmondo e Alain Delon in una foto di scena del film 'Borsalino' (Ansa)

Sono gli anni in cui Belmondo accelera la sua carriera, recita a velocità supersonica, compie peripezie spericolate da stuntman (fino in tarda età non vorrà mai una controfigura) e conquista i francesi. Conquista anche il riottoso Delon che si rassegna all'idea di far coppia col suo rivale. Avverrà nel 1970 con 'Borsalino', un successo planetario, in cui Jacques Deray riunisce per la prima volta sul grande schermo i due grandi attori. Il pubblico si arrende alle avventure dei due teppisti che aspirano a diventare i capi della mafia del porto di Marsiglia. E le due star si scontrano anche nella realtà, sull'ordine dei loro nomi sulla locandina del film, un braccio di ferro finito pure in tribunale.

Sono i due volti di una stessa medaglia, del cinema francese e della bella vita da divi, due migliori nemici che si ritrovano grandi amici, a cui l'amarezza delle parole di oggi di Delon danno il finale nel riconoscere che Belmondo è arrivato stavolta prima di lui a vedere la parola fine al grande spettacolo di una vita.