"Tra me e lei, c’est éternel", ammise Serge Gainsbourg un anno prima di andarsene fra le anime sante e dannate della chanson. No, non parlava dell’ultima compagna Caroline “Bambou” Paulus, ma di Jane Birkin, compagna, amante, amica e musa… una di quelle esistenze che faticano a starsene rinchiuse in una vita sola. Nata a Londra nel ‘46, lady Jane ha avuto quattro grandi amori: il compositore 5 volte premio Oscar, John Barry, sposato a soli 17 anni e padre della figlia-fotografa Kate, il cantautore Serge Gainsbourg con cui nel ‘69 iniziò una lunga storia d’amore illuminata nel ’71 dalla nascita di Charlotte, oggi attrice e cantautrice, il regista Jaques Doillon, incontrato nell’80 e padre della cantautrice-stilista Lou Daillon. Ultimo, lo scrittore Oliver Rolin. Oltre 90 film e 19 album; l’ultimo Oh! Pardon tu dormais...! l’ha pubblicato due giorni fa, alla vigilia dei 74 anni che compie domani. “Oh! Pardon tu dormais...!” era il titolo di un suo film per la tv di 28 anni fa. Cosa l’ha spinta a trasformarlo in un album? "Il merito di Étienne Daho, cantautore che da un ventennio carezzava l’idea di scrivere un musical o qualcosa del genere per me. Lui mi cercava, ma io ero sempre impegnata....

"Tra me e lei, c’est éternel", ammise Serge Gainsbourg un anno prima di andarsene fra le anime sante e dannate della chanson. No, non parlava dell’ultima compagna Caroline “Bambou” Paulus, ma di Jane Birkin, compagna, amante, amica e musa… una di quelle esistenze che faticano a starsene rinchiuse in una vita sola. Nata a Londra nel ‘46, lady Jane ha avuto quattro grandi amori: il compositore 5 volte premio Oscar, John Barry, sposato a soli 17 anni e padre della figlia-fotografa Kate, il cantautore Serge Gainsbourg con cui nel ‘69 iniziò una lunga storia d’amore illuminata nel ’71 dalla nascita di Charlotte, oggi attrice e cantautrice, il regista Jaques Doillon, incontrato nell’80 e padre della cantautrice-stilista Lou Daillon. Ultimo, lo scrittore Oliver Rolin. Oltre 90 film e 19 album; l’ultimo Oh! Pardon tu dormais...! l’ha pubblicato due giorni fa, alla vigilia dei 74 anni che compie domani.

“Oh! Pardon tu dormais...!” era il titolo di un suo film per la tv di 28 anni fa. Cosa l’ha spinta a trasformarlo in un album?

"Il merito di Étienne Daho, cantautore che da un ventennio carezzava l’idea di scrivere un musical o qualcosa del genere per me. Lui mi cercava, ma io ero sempre impegnata. Sette anni fa ho perso mia figlia Kate e per provare ad anestetizzare il dolore mi sono aggrappata al ricordo di Serge, buttandomi prima nello spettacolo teatrale Gainsbourg, poète majeur, in cui leggevo i suoi testi assieme a Michel Piccoli, e poi in BirkinGainsbourg: Le Symphonique, rilettura sinfonica delle sue canzoni ad opera della Montreal Symphony Orchestra".

Com’è arrivata a questo disco?

"Col tempo mi sono resa conto che avevo bisogno di dire delle cose alle mie figlie e così ho pensato a una specie di concept album in cui parlare di loro e della più grande tragedia della mia vita. Così ho aperto la porta ad Étienne; lui ha scritto le musiche assieme a Jean-Louis Piérot, io i testi".

In “Cigarettes”, a proposito di Kate, dice "ma fille s’est foutue en l’air…", mia figlia s’è messa nei guai. Perché?

"Anche se nel suo appartamento hanno trovato degli antidepressivi, Kate il mistero di quel volo dalla finestra se l’è portato nella tomba; forse s’è suicidata, forse è soltanto caduta sporgendosi troppo, forse la sua è stata una scelta o forse una tragica casualità. Chi può dirlo? Di lei mi resta la grande umanità e, a volte, il piacere sottile di sentirsi buffa".

Quando girò “Blow up” con Antonioni era già incinta di Kate, singolare che poi sua figlia abbia fatto proprio la fotografa.

"Già, ma Kate era proprio brava. Sapeva cogliere l’anima bella delle persone (suo il famoso scatto in bianco e nero di Carla Bruni sulla copertina dell’album Quelqu’un m’as dit, ndr), non solo fotografarle".

Le sue figlie hanno ripreso più da lei o dai padri?

"Dai padri. Kate aveva molto di John, anche se era decisamente più dolce di lui. E pure l’animo di Charlotte mi ricorda tanto quello ebreo-romantico di Serge, e come lui al contempo le piace essere scioccante, provocaroria. Lou quanto a carattere e a riservatezza è l’esatto ritratto di Jacques; quando si butta indietro i capelli lo ricorda pure fisicamente. Lei ha per il padre la stessa venerazione che avevo io per il mio, David Birkin, maggiore della Royal Navy".

Con Gainsbourg all’inizio vivevate all’Hôtel in rue des Beaux Arts, lo stesso di Oscar Wilde. Wilde diceva che una donna è felice fino a quando riesce ad avere l’aria di essere dieci anni più giovane della figlia. È così?

"Per me no. E con le mie figlie non sono mai stata in competizione. Anzi, ho un’ammirazione folle. Tutte e tre, infatti, per trovare un loro spazio hanno dovuto allontanarsi dall’ingombrante influenza dei genitori. Per Charlotte, in particolare, fare la cantante è stata davvero durissima con me e Serge dietro le spalle".

È vero che con Barry andava a dormire truccata per sentirsi bella?

"Ero giovane e molto insicura. Negli anni Sessanta volevamo essere tutti Twiggy o Jean Shrimpton, pensavo che da me John si aspettasse quel tipo di donna e non volevo deluderlo".

Ha conosciuto Barry nel ‘63 ai tempi di “Dalla Russia con amore”, il secondo film di 007. Se le avessero offerto un ruolo da Bondgirl, avrebbe accettato?

"Non credo. Anche perché per aspirare a quel ruolo avrei dovuto avere misure che mi sono sempre mancate".

Poi arrivò Gainsbourg. Com’era cominciata?

"Ero stata scritturata per Slogan, un film di Pierre Grimblat con Gainsbourg. Ma lui continuava a tenere nei miei confronti un atteggiamento scostante così il regista pensò di portarci a cena da Régine. Fu proprio lì, ballando assieme, che capii quanto l’arroganza di Serge fosse in realtà una maschera dietro cui nascondere la timidezza".

Fu quello a farla innamorare?

"Mi portò da Rasputin, un altro ristorante, e all’uscita, salendo sul taxi, infilò banconote da 100 franchi nei violini dei musicisti che ci avevano accompagnato fin sul marciapiede suonando il Valse triste di Sibelius. Da lì continuammo la nottata in un locale sudamericano e poi ai mercati di Les Halles a bere champagne. Ultima tappa l’hotel Hilton, mentre ero in bagno però lui si addormentò. Così uscii a comprare il 45 giri del brano che avevamo ballato quella notte, Yummy, yummy, yummy degli Ohio Express, glielo infilai tra le dita del piede e me ne tornai in strada pazza di felicità".

Tornando al suo nuovo disco: c’è un brano intitolato “Max”, che parla dei sensi di colpa.

"Me l’ha ispirato la storia di un tecnico cinematografico incontrato una volta sul set. Rimasi colpita dal fatto che nel portafoglio, invece della foto dell’amante o della fidanzata, portasse quella dell’uomo che aveva ucciso a vent’anni durante la Guerra d’Algeria. Era quella per lui la persona più importante".

E a lei è mai capitato di “uccidere” qualcuno?

"Certo, perché in guerra di umanità ce n’è poca. Anche se nei conflitti sentimentali è più facile essere lasciati che lasciare, perché pure lì si rimane ostaggi dei sensi di colpa. Al momento di lasciare questo mondo, però, sul cuore rimane impresso un solo nome… quello dell’amore della tua vita".