Lorenzo

Bianchi

In questi frangenti di solito si tirano in ballo le cifre. Cinquantatre soldati italiani hanno perso la vita in Afghanistan. Il nostro Paese ha speso 58 milioni di euro in 2.290 progetti. Il grosso degli investimenti è stato destinato all’istruzione (27%) e alla salute (11 %). Le scuole ricostruite o edificate dal nulla sono un centinaio, gli ospedali una quarantina, i pozzi scavati 800.

La nostra presenza militare non è stata inutilmente aggressiva. Ricordo una notte nella base avanzata “Sterzing” della valle di Musahi, 25 chilometri a sud di Kabul. Non lontano dalla nostra posizione atterrò un grande razzo lanciato dai Talebani, ma non ci fu nessuna reazione a fuoco, perché il missile era partito da rampe di terra vicinissime alle case di un villaggio. Nel gennaio del 2015, la data di inizio dell’operazione “Resolute Support”, la missione è stata limitata all’addestramento delle truppe dell’Esercito e della Polizia afgani. I contingenti militari stranieri si sono rinchiusi nei loro fortini. Martedì su una pista dell’aeroporto di Herat vicina alla ex base italiana “Camp Arena” sono atterrati colpi di mortaio sparati dai Talebani. L’insediamento delle Nazioni Unite ha subito perdite materiali e umane. Il sempreverde signore della guerra Ismail Khan, 70 anni, cerca con qualche successo di contrastare con l’avanzata degli “Studenti coranici” arruolando combattenti. Venti anni sembrano essere passati invano.