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25 ago 2017

Islam, la macchina del consenso. Negozi e minareti, fiumi di denaro

Qatar, Kuwait, Emirati e Arabia Saudita generosi mecenati in Italia

25 ago 2017
pier francesco de robertis
preghiera islam sesto; il palasesto - per redazione sesto - foto spf
I soldi arrivano alle moschee dai Fratelli Musulmani (Spf)
preghiera islam sesto; il palasesto - per redazione sesto - foto spf
I soldi arrivano alle moschee dai Fratelli Musulmani (Spf)

Roma, 25 agosto 2017 - La contabilità ufficiale non esiste, una stima ufficiosa neppure. Perché i denari viaggiano più spesso nelle valigette che per i bonifici, e perché valigette sono nere come la notte. La realtà è però nota a tutti, o almeno a quelli che devono sapere: grandi flussi di denaro stanno affluendo nel nostro Paese dalle casse di Stati esteri verso istituzioni musulmane di vario tipo, ma anche a singole persone. Sia musulmani sia occidentali. Con lo scopo dichiarato di sostenere la diffusione della cultura islamica in Italia e gli interessi economici e geopolitici delle nazioni di riferimento.

L’aveva spiegato due giorni fa al nostro giornale Souad Sbai, marocchina, ex parlamentare di centrodestra e adesso in prima linea per la difesa dei diritti delle donne arabe e spesso critica con diversi Stati islamici che fomentano il terrosimo e foraggiano l’espansione dell’Islam in Occidente. "Hanno tentato di comprare il mio silenzio offrendomi soldi. Io ho rifiutato, ma so di tanti altri che hanno accettato. Si sono messi a posto per la vita, sono gli uomini in particolare ad accettare. Politici, giornalisti, uomini di potere. Ho visto che in tanti a un certo punto hanno smesso di combattere le battaglie portate avanti per anni, un motivo ci sarà stato".

I soldi, quindi. Gli Stati più attivi sono Qatar, Arabia Saudita, Turchia, in subordine gli altri emirati minori e il Marocco. E grazie anche al loro aiuto, denari anche da parte dei Fratelli Musulmani, la potente organizzazione legata al Qatar e in Italia molto vicina all’Ucoii, la più rappresentativa associazione di comunità islamiche. L’Ucoii lo scorso anno ha ammesso l’arrivo di un maxi finanziamento di 25 milioni da Qatar Charity Foundation, una ricca Ong governativa grazie alla quale l’agguerrita monarchia wahabita sostiene la propria azione di proselitismo in tutto il mondo, specie in Europa. Finanziamento che è servito a costruire centri di cultura e moschee.

Fece scalpore in gennaio la disponibilità dell’Ucoii ad acquistare la storica Villa Basilewsky a Firenze per 30 milioni e farci una moschea, ipotesi poi tramontata. Ma non solo moschee, dicevamo. Massima attenzione hanno suscitato anche da parte dei servizi di sicurezza i finanziamenti che arrivano da un certo periodo di tempo ai negozi islamici sparsi per il Paese, in particolare quelli gestiti da egiziani. Spuntano come funghi, specie nel settore ortofrutta. Nella maggior parte dei casi è la Fratellanza musulmana a fornire i soldi per l’investimento iniziale. Lo scopo è costruire consenso, obiettivo ottenuto se si considera che l’Italia fu l’unico paese occidentale dove gli egiziani residenti votarono in maggioranza a favore della Costituzione voluta dall’ex presidente Morsi, espressione della Fratellanza musulmana.

Il fenomeno dei negozi e delle piccole attività economiche, che all’inizio presentava dimensioni trascurabili, è in crescita: basta osservare il lievitare del numero di esercizi commerciali con titolari egiziani o sauditi iscritti alle Camere di Commercio delle principali città italiane. Tutto regolare, almeno apparentamente, visto che i contributi arrivano quasi sempre in quelle valigette nere di cui parlavamo all’inizio. C’è solo un piccolo particolare: i fondi arrivano da Stati stranieri, alcuni dei quali in combutta con il terrorismo e con interessi geopolitici dichiaratamente opposti ai nostri. Pensiamoci.

 

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