di Massimo Cutò C’è una frase per la sua vita? "Non ho bisogno di pensarci. Semplicemente: quanto mi sono divertita". Mita Medici, all’anagrafe Patrizia Vistarini, classe 1950, è rimasta la stessa. Giovane e bella forever. Un’intera generazione l’ha amata come un desiderio che si avvera, in un’epoca in cui tutto pareva possibile. Ha cantato, ballato, recitato. Canzonissima, il Cantagiro, Ciao Rudy a teatro. Un vortice di dischi, tivù, cinema, sfilate, fotoromanzi: nessuno riusciva a starle dietro. I suoi amori hanno riempito i rotocalchi. Ha fatto rumore. Se esiste un volto-simbolo dei ragazzi anni Sessanta, quello è il suo. Se ne rendeva conto? "Francamente no. Andavo a scuola, studiavo mica tanto, ero sempre in giro per Roma. Soprattutto mi piaceva ballare con il gruppo degli amici". Troppo facile chiederle dove? "Al Piper di via Tagliamento. Renato Zero dice: era il mondo in una strada. Il nostro momento magico". Perché? "Lì nel 1965 si respirava la libertà. Un locale nuovo, elettrizzante, moderno. Volevamo esserci, godere la musica e scatenarci in pista". Chi saliva sul palco? "Le band che ribaltavano la canzone: dai Rokes all’Equipe ai Dik Dik, i Giganti, i Pooh. E poi Rita...

di Massimo Cutò

C’è una frase per la sua vita? "Non ho bisogno di pensarci. Semplicemente: quanto mi sono divertita".

Mita Medici, all’anagrafe Patrizia Vistarini, classe 1950, è rimasta la stessa. Giovane e bella forever. Un’intera generazione l’ha amata come un desiderio che si avvera, in un’epoca in cui tutto pareva possibile. Ha cantato, ballato, recitato. Canzonissima, il Cantagiro, Ciao Rudy a teatro. Un vortice di dischi, tivù, cinema, sfilate, fotoromanzi: nessuno riusciva a starle dietro. I suoi amori hanno riempito i rotocalchi. Ha fatto rumore. Se esiste un volto-simbolo dei ragazzi anni Sessanta, quello è il suo.

Se ne rendeva conto?

"Francamente no. Andavo a scuola, studiavo mica tanto, ero sempre in giro per Roma. Soprattutto mi piaceva ballare con il gruppo degli amici".

Troppo facile chiederle dove?

"Al Piper di via Tagliamento. Renato Zero dice: era il mondo in una strada. Il nostro momento magico".

Perché?

"Lì nel 1965 si respirava la libertà. Un locale nuovo, elettrizzante, moderno. Volevamo esserci, godere la musica e scatenarci in pista".

Chi saliva sul palco?

"Le band che ribaltavano la canzone: dai Rokes all’Equipe ai Dik Dik, i Giganti, i Pooh. E poi Rita Pavone, la Caselli, Mia Martini e Loredana, Gabriella Ferri. Serate memorabili con le stelle straniere: Pink Floyd, Jimi Hendrix, Genesis. Tutti, proprio tutti".

C’era anche una ragazza venuta da Venezia?

"Patty Pravo, certo. Sfondò subito con Ragazzo triste. Era bionda, irrequieta, ribelle. Molto conturbante".

Anche lei non scherzava: la bruna del Piper diventò Miss Teenager.

"Avevo 16 anni. Mi sono ritrovata con la fascia e un biglietto per Los Angeles, super sorvegliata in un mega hotel. Da perfetta incosciente sono scappata di notte perché avevo addosso la voglia di capire, conoscere, sperimentare. In un club suonava Jim Morrison. Cominciavo un gioco che non è mai finito".

Qual era il suo universo?

"C’era aria di rivoluzione, anche se mi sentivo più fricchettona che sessantottina. La musica ha unito la mia generazione anticipando il concetto di comunità globale".

Una figlia dei fiori?

"Altroché. Emancipazione e contestazione. Nastro sulla fronte, minigonna, Radio Lussemburgo, i fari stroboscopici, capelloni e matusa, la pop art, l’utopia, l’India in autostop. Kennedy, Luther King, le marce per il Vietnam. Il grande bang in un colpo solo".

La sua famiglia?

"Anticonformista, avanti sui tempi, diversa da quelle dei miei compagni. Papà attore, mamma modella: io e mia sorella li adoravamo. Anche le vacanze con loro erano un’avventura. Si partiva in macchina senza meta, dormendo sulla spiaggia o dove capitava".

Che cosa le hanno insegnato?

"I miei si sono separati quando avevo 5-6 anni. Ma a casa educazione e rispetto sono andati di pari passo con l’apertura mentale. I libri prima di tutto, ero autonoma però non mi hanno mai detto: fai come ti pare".

Ha debuttato al cinema nel ‘66 con L’estate. Come andò?

"Non ci pensavo minimamente. Il regista Paolo Spinola mi propose una storia scabrosa: una ragazza che intreccia un rapporto con il compagno di sua madre. Gli risposi che non avevo tempo. Lui ha insistito: viè qua, spiegame che c’hai da fa. Così ho accettato. Ho fatto un corso accelerato di recitazione e dizione".

E l’anno dopo Pronto... c’è una certa Giuliana per te. Perché è stato un film culto?

"Era tutto giusto: personaggi, periodo storico, musiche. Un piccolo film di due liceali che corrono verso la vita. Sembrava cucito su di me: in fondo è stato facile interpretare me stessa".

Com’è nato il suo nome d’arte?

"Un’invenzione geniale di Piero Gherardi, scenografo e costumista del grande cinema: ’hai qualcosa di speciale che attrae, diventerai un mito, quindi tu sarai Mita’".

Così le hanno perfino dedicato una canzone?

"Le Orme nel ‘68. A tanti anni di distanza incontro gente che mi dice: ci hai fatto innamorare, la tua vita è stata anche la nostra. Eppure non ero consapevole di quel che gli altri vedevano in me".

Molti uomini si sono innamorati di lei: Califano è stato il primo?

"Sì, avevo 17 anni. Lui 12 di più. Ci presentò Gianni Minà che mi aveva fatto una testa così. Mi ha conquistata con una corte serrata: dolce, affascinante, generoso, tenero, un gentiluomo all’inglese. Mi accompagnava a vedere i cartoni di Pippo, Pluto e Paperino. Molti non ci credono ma è stato così".

Siete andati a vivere insieme?

"Un mezzo scandalo, allora la maggiore età era a 21 anni. Abitavamo in un palazzo di matti, c’erano Arbore, Marenco e Shel. Anni di pura magìa".

Lo lasciò: come si molla uno come il Califfo?

"Fece una stupidaggine. Doveva partire e invece lo beccai al ristorante con la mia segretaria e un’altra. Andai a casa, feci le valigie e ciao".

E lui?

"Le provò tutte. Andò persino da mia madre perché mi convincesse a tornare insieme. Ci ho sofferto, quella bugia sciocca mi aveva ferita. È stato un uomo importantissimo nella mia vita ma era un amore giovanile. Per Franco invece sono stata qualcosa di più: ha continuato a cercarmi anche quando abbiamo preso strade diverse. Oggi canto le sue canzoni in un recital in suo onore: è stato un artista unico, che ha pagato caro gli errori".

Panatta ha detto di lei: ’Mita è un ciclone, non vado fiero di averla tradita’.

"Eravamo tutti in vacanza a Stromboli e Panarea. Stavamo insieme. Adriano però ha cominciato a filare con Loredana Bertè e le cose hanno preso un’altra piega. A dirla tutta ho lasciato libero il campo perché avevo conosciuto un altro. Restano la grande amicizia e il sapore di una stagione meravigliosa".

Perché nel ‘78 se n’è andata due anni in America?

"C’erano grandi fermenti, un cinema straordinario, opportunità vere. Ho imparato l’inglese e frequentato l’Actors Studio di Strasberg. Io sono una spugna. Una con le antenne dritte".

Anche adesso?

"Eccome. Non smetto di rischiare, desiderare, inseguire i sogni. Vivere".

Invecchierà mai?

"Crescere non è invecchiare. Sarò vecchia solo quando di fronte alla bellezza, anche quella apparentemente più insignificante, non sarò capace di commuovermi".