Giorgio

Comaschi

Diciamocela tutta. Si recita. Quando a Natale arriva il parentado si recita. Si fa la faccina buona, si snocciolano banalità come caramelle, si fanno finte moine ai bambini. C’è un copione. "Com’è cresciuto! Come ti chiami?". E gli altri glielo suggeriscono ma il poverino non lo sa ancora dire. No. No, nessun dubbio. Meglio senza. Natale con i tuoi sì, ma i tuoi tuoi però. Non facce viste una volta all’anno, vecchi zii che non hai mai sopportato, gente che si è guardata in cagnesco fino a ieri e adesso miagolante luoghi comuni, torme di bambini ululanti fra le sedie (basta che ci sia un bimbo sotto i 4 anni e si guarda solo lui, si parla solo di lui, è San Bambino non Santo Natale). E la tensione latente che sale. Poi il parente ignoto che dà sempre da mangiare di nascosto al cane, anche se gli hai detto che se gli dai qualcosa muore.

Vuoi mettere? Vuoi mettere mangiare normale, senza strafogarsi per forza e dover ricordare al nonni la Cardioaspirina? Vuoi mettere non mischiare l’affettata ipocrisia (si affetta l’ipocrisia, non lo zampone) col piacere di stare insieme? Vuoi mettere non stare lì sulla porta a parlare un’ora con quelli che dicono che vanno via e poi stanno lì? Sollevarci dalla transumanza dei parenti in fondo è stata una genialità. Un pasto normale (mi son fatto una carbonara), e un bello squasso di serie televisive. La regina degli Scacchi, la Regina del Sud e Motel Bates. E via. Abbioccandosi anche un po’. Ma felici.