FEDIC: MANUEL DE SICA IN VISITA AL BEATO ANGELICO
FEDIC: MANUEL DE SICA IN VISITA AL BEATO ANGELICO

Arezzo, 7 dicembre  2014 - "Non vado a Cannes, ho paura che Sophia Loren ce l'abbia a morte con me". Manuel De Sica sta ben piantato sulla sedia, sotto il palcoscenico del cinema Masaccio. Conquista la scena, come se invece di parlare facesse musica, da buon compositore. E alle sue parole le pareti si allargano, nel tempo e nello spazio. Senza retorica, con la semplicità del padre, viaggia, in quel tempo e nello spazio.

Sono passati pochi mesi da quella serata tiepida di San Giovanni Valdarno. A maggio, nel cuore del Festival Fedic, una delle sue ultime uscite. Una delle ultime volte nelle quali il figlio del grande regista si era raccontato a tutto tondo. Senza immaginare che di lì a pochi mesi il racconto si sarebbe bruscamente interrotto con la morte. 

"Avevo cinque anni quando mi affacciai sul set: vidi mio padre con un camicione mentre veniva ricoperto di tortorate: da allora i set non i ho mai sopportati". No, non li ha mai sopportati ma li raccontava quella sera come se li vedesse. Davanti a lui un cinema abbastanza affollato, il sindaco Viligiardi in prima fila, il consigliere regionale Enzo Brogi in seconda, la moglie che lo seguiva dappertutto.

In quelle giornate di San Giovanni Valdarno anche in giron per la città, davanti all'Annunciazione del Beato Angelico, in posa davanti al Marzocco, con il cappello sullo sfondo di Palazzo d'Arnolfo. Curioso, appassionato, innamorato della vita.

"No, Sophia Loren non mi è stata mai simpatica: era un'attrice istintiva ma solo mio padre sapeva farle dare il meglio, con quei personaggi popolari che erano nelle sue corde". Lì, sul set, dove papà Vittorio si divertiva a fargli gli indovinelli. "Voi chi preferite, la Loren o la Lollobrigida? La Mangano, gli rispondemmo in coro io e Christian". La Loren non era uscita benissimo da quel racconto al Masaccio. Ma in buona compagnia: ne aveva avuto anche per Sordi.

Nel libro "Di figlio in padre" Manuel raccontava di quelle telefonata a Rossellini, capo della giuria a Cannes, per farlo vincere con Il Borghese piccolo piccolo, tra la goliardia e la realtà. "Era un pigro: se ne stava sull'amaca a gongolare. Una volta si fiondò in casa nostra e si vuotò due coca cola". Ogni tanto la musica che riemerge, il suo lavoro, quello che gli portò la nomination all'Oscar per il Giardino dei Finzi Contini.

Quel Giardino del quale ricostruiva i retroscena. "Bassani voleva alzare il polverone per vendere più copie: ma fece vedere il film a Fellini, Visconti e Gianluigi Rondi, gli dissero che era un capolavoro". Si agita sulla sedia, in una San Giovanni a quell'ora chiusa dentro casa. La San Giovanni che l'ha stregato di giorno, soprattutto l'Annunciazione del Beato Angelico.

Arte, musica ma soprattutto cinema, che irrompe fuori del Masaccio, il cuore del Fedic, lì dove dalla mattina i film si snodavano. E la vita del padre, la critica cinematografica che lo tormentava e gli si scagliava addosso. Ma le pareti non finiscono davvero mai. "Fumava il suo enorme sigaro Hitchcock a tavola con mio padre: si divertiva a definire una rottura i film sulle disgrazie umane, i suoi in fondo. Ma lo ammirava".

Poi altri cinema, quelli nei quali passò gli ultimi sei anni di vita. "Lo portavo a vedere di tutto". Ma non tutto gli piaceva. Anzi. "L'ho portato a vedere Un uomo di marciapiede: apparentemente neorealista ma in realtà un melò. Ma che mi hai portato a vedere, le due orfanelle?". Adorava Ford Coppola, stimava e temeva Orson Welles, che a Cannes gridò al miracolo sui suoi film". Sotto braccio il film Umberto D: non è ancora la copia restaurata ind igitale, quella sarebbe andata a Venezia, tre mesi dopo. Ma salvata in analogico la prima volta. "Il protagonista con il cappotto a 40 gradi svenne nel finale: e ci volle il fil di ferro per far muovere il cane".

La pellicola comincia a girare nella macchina, Manuel De Sica abbandona il centro della scena. "E' morto 40 anni fa, ma ricordo tutto". Tra i critici del padre c'era Andreotti. "Porterò a Venezia anche un documentario su di lui". Ma ora Venezia è lontana, intorno c'è solo San Giovanni: oltre quel tappeto rosso di provincia e che per qualche ora somigliava tanto a quelli del grande cinema. "Per il Beato Angelico ho preparato un quartetto, voglio tornare a proporlo proprio qui a San Giovanni". Peccato che la vita non gli abbia permesso di mantenere quell'appuntamento.