Ermelinda Campani È da qualche anno che esistono i licei a indirizzo di scienze applicate dove si studia l’informatica al posto del latino ma è di questi giorni la notizia, che per il prossimo anno scolastico c’è un boom di iscrizioni ai licei proprio grazie alla popolarità dell’indirizzo di scienze applicate. I giovani sono attratti dallo studio dell’informatica e forse dall’idea che con l’informatica...

Ermelinda

Campani

È da qualche anno che esistono i licei a indirizzo di scienze applicate dove si studia l’informatica al posto del latino ma è di questi giorni la notizia, che per il prossimo anno scolastico c’è un boom di iscrizioni ai licei proprio grazie alla popolarità dell’indirizzo di scienze applicate. I giovani sono attratti dallo studio dell’informatica e forse dall’idea che con l’informatica si trovi lavoro più facilmente. E visto che la generazione dei liceali di oggi il lavoro invece che trovarlo dovrà inventarselo, non è una cattiva idea prepararsi da subito. Esistono pro e contro a entrambi gli approcci, quello del liceo tradizionale con il latino e quello delle scienze applicate. Sulle virtù dello studio del latino mi soffermo poco perché le considero ovvie. Non ultima, è il fatto che il latino, oltre a insegnarci a ragionare, ci consegna la possibilità di individuare una storia, un passato e dunque un significato più pieno, in ogni parola che da esso deriva. È importante perché il senso e l’evoluzione di un termine ci dicono tanto di quello che c’è da sapere.

È invece necessario che i licei che insegnano l’informatica al posto del latino la trattino come una lingua straniera e che si occupino di insegnare agli studenti soprattutto i linguaggi di programmazione, il cosiddetto coding. Il resto i giovani lo sanno già. Per il diploma, gli studenti devono essere in grado di scrivere un programma, ad esempio, col linguaggio Phyton, come, studiando il latino, sarebbero in grado di tradurre Cicerone. Solo così lo scambio dell’informatica con il latino sembra utile e sensato, solo cioè se entrambi vengono considerati per quello che sono: due lingue che non sono parlate nel quotidiano, che si imparano studiandone le regole, che sono dei sistemi integrati e che promuovono una disciplina intellettuale di cui oggi c’è un gran bisogno. Se le scuole non possono garantire questo approccio, allora molto meglio stare con il latino, impararne il metodo e ricordarselo quando l’informatica si studierà all’università.