Bologna, 6 agosto 2018 - "Mine vaganti". Così un tecnico di Aiscat che si occupa di traffico da una vita definisce i mezzi pesanti che trasportano merci pericolose. «Il problema - spiega – è che non sono tracciabili. È una delle incompiute lasciate dal codice della strada. L’articolo 10 regola molto bene i trasporti eccezionali, fuori sagoma o ‘sovrappeso’, che prima di mettersi in viaggio devono ricevere un’autorizzazione degli enti proprietari. Invece per le merci infiammabili e pericolose non vale. C’è una legislazione ADR, regolamento internazionale, e ci sono dei codici, sì quei numeri color arancio che si trovano sul retro e consentono di identificare subito di cosa parliamo. Elemento fondamentale per le squadre di soccorso in caso d’emergenza. Mi sono sempre chiesto: ma cosa succede se un camion che trasporta bombole d’ossigeno va a collidere con un tir carico d’idrogeno? Sarebbe una catastrofe».

La cronaca racconta che a più riprese i ministri dei Trasporti hanno cercato di riformare il sistema. Ci provò anche Pietro Lunardi, dopo un altro incidente devastante che spezzò l’Italia in due per quasi 24 ore. Una commissione di esperti pensò le regole, «che però restano farraginose e non risolutive – commenta il tecnico di Aiscat –. Per fare un esempio: quando questi mezzi si fermano nelle aree di servizio, devono avere zone protette, a distanza di qualche decina di metri dagli altri veicoli in sosta. Ma il problema fondamentale è che non sono tracciabili. Dovremmo usare la tecnologia, radiolocalizzare la flotta da una sala operativa. Certo dobbiamo anche sapere che in caso di errore umano questo non basta». 

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E quindi? «Sarebbe utile far viaggiare i mezzi di notte, nelle fasce orarie con la minore densità di traffico». Patrizio Ricci, presidente nazionale della Fita Cna, manda avanti un numero: «I veicoli industriali in generale coinvolti negli incidenti non arrivano al 10%. E da questa percentuale si dovrebbe scorporare la sotto-categoria di cui parliamo. Non è una difesa della gomma, ma Viareggio insegna. Anche le merci pericolose che viaggiano in treno provocano stragi. Abbiamo visto navi prendere fuoco, vagoni saltare per aria e vediamo camion che causano incidenti, certo non è il primo caso. Dobbiamo aspettare, capire cosa è successo, trovare le responsabilità. Ma le norme ci sono, è già stabilito come devono essere trasportate queste sostanze, con quali autorizzazioni. Ci sono già divieti su certi percorsi e in certe giornate. Se rispettiamo le regole, più di così non possiamo fare». Veramente c’è chi propone: facciamo circolare questi mezzi alla larga dalle città. «Impossibile – ribatte deciso Ricci –. Allora dovremmo dire, spostiamo le industrie». 

Adriano Bruneri, responsabile autotrasportatori Lombardia della Fita Cna, una delega tosta alle merci pericolose, chiarisce che per arrivare a guidare una qualunque cisterna bisogna superare tre prove. «Prendere la patente; avere la CQC, carta di qualificazione del conducente. E superare un corso di 35 ore per l’abilitazione professionale. Tutti si rinnovano ogni 5 anni ma i conducenti hanno l’obbligo formativo annuale, secondo le prescrizioni ADR». La normativa suddivide il rischio in nove categorie, con 4 sotto-categorie. Si va dalle materie esplosive ai gas, dai prodotti infiammabili liquidi e solidi a quelli comburenti, dalle materie tossiche a quelle radioattive e corrosive. 

Bruneri è scettico sull’uso del satellite – «una vecchia storia, ci abbiamo lavorato ma mi chiedo: se sono televigilato e sto leggendo il giornale mentre guido, cosa cambia?» –; è invece possibilista sui viaggi di notte. «Potrebbe essere un’idea – riconosce –. Anche se poi ci sono merci pericolose a ciclo continuo, penso all’ossigeno e ai gas tecnici che vanno agli ospedali. Con quelli cosa facciamo?».