Ottant’anni, da sempre dalla parte degli ultimi. Ci fosse un volto del sacerdote di strada, sarebbe quello di don Gino Rigoldi, storico cappellano del carcere minorile milanese Beccaria. O, probabilmente, ci sarebbero tanti visi con tanti occhi: quelli che brillano portando luce dove non c’è nulla, a chi non ha niente. Una missione che apparteneva anche a don Roberto Malgesini, ucciso a 51 anni ieri mattina a Como. Ora don Gino Rigoldi non ha in mente che il suo, di volto. "Incancellabile". Don Malgesini ha perso la vita. Questo apre la riflessione sui rischi che corrono ogni giorno i preti di strada, sempre in prima linea, come lei. Come ci si può difendere, continuando a fare del bene? "Quando una persona si...

Ottant’anni, da sempre dalla parte degli ultimi. Ci fosse un volto del sacerdote di strada, sarebbe quello di don Gino Rigoldi, storico cappellano del carcere minorile milanese Beccaria. O, probabilmente, ci sarebbero tanti visi con tanti occhi: quelli che brillano portando luce dove non c’è nulla, a chi non ha niente. Una missione che apparteneva anche a don Roberto Malgesini, ucciso a 51 anni ieri mattina a Como. Ora don Gino Rigoldi non ha in mente che il suo, di volto. "Incancellabile".

Don Malgesini ha perso la vita. Questo apre la riflessione sui rischi che corrono ogni giorno i preti di strada, sempre in prima linea, come lei. Come ci si può difendere, continuando a fare del bene?

"Quando una persona si occupa di uomini e donne di strada e dei poveri non pensa mai che possa ritornargli del male. La molla che spinge è fare del bene, ci si domanda solamente come si può aiutare ogni individuo in difficoltà, senza pensare a possibili incidenti o addirittura di poter essere bersaglio di aggressioni che possono portare alla morte. A me, sarà stata fortuna, non è capitato di essere aggredito ma mi sono trovato spesso ad avere a che fare con soggetti aggressivi. Io sono uno che non ha paura. È bastato, nel mio caso, non mostrare di avere paura. Mi è andata bene. E spero sarà sempre così. Fermo restando che i soggetti pericolosi devono essere messi nella condizione di non nuocere. Non è semplice. Anche perché ogni persona è un mondo e basta pochissimo a generare pericolo".

Che cosa intende dire?

"A volte basta anche un farmaco, magari preso in maniera errata, o che in caso di astinenza può portare le persone a diventare delle ‘furie’. Assunti in dosi massicce, anche medicinali che si usano come tranquillanti possono causare danni e scatti d’ira incontrollabili. Quando si lavora nel mondo delle droghe e si cerca di tirar fuori i ragazzi da certi ambienti, capitano episodi spiacevoli di questo tipo".

Come è possibile onorare don Roberto Malgesini?

"Consiglio al vescovo di Como, ai miei colleghi sacerdoti, al mondo civile, di non pensare a onorificenze istituzionali, ma ad altro: non c’è bisogno di lutto cittadino, medaglie, discorsi fiume ma di ricordare don Malgesini raccogliendo il suo testimone. Ricordarsi le cose che ha detto e soprattutto proseguire il suo cammino. La sua è la testimonianza di un uomo che ha dedicato la vita ai senzatetto e ai poveri: ora è come un padre che lascia tanti orfani: non lasciate orfani i figli di don Roberto, questo mi sento di dire. E se qualcuno ha in mente di sprigionare odio verso gli ultimi, pensando a chi presumibilmente lo ha ucciso, dico che questa sarebbe la maniera per offenderlo".

Se avesse davanti il presunto assassino, cosa gli direbbe?

"Mi metterei nei panni di don Roberto e gli direi ‘sono ancora con te, facciamo un po’ di strada insieme, cerchiamo di capire cos’è successo’. Don Roberto avrebbe voluto questo".

Lei come ha reagito quando si è trovato di fronte a soggetti aggressivi?

"Non battendo ciglio. È una reazione che ho acquisito nel tempo, con l’esperienza. Io ho visto spaccare vetrate davanti a me. Una decina d’anni fa mi hanno chiamato perché un uomo stava sparando dalla finestra. Ero appena fuori Milano. Lui gridava, io non ho fatto una piega. Non ha colpito nessuno, meno male. Alla fine si è lasciato convincere: è sceso ed è stato accompagnato all’ospedale. Credo che una persona, seppur furiosa, in questi casi sia un po’ come un cane: annusa la tua paura e, se fiuta la paura, ti salta addosso. Ripeto però che a me è sempre andata bene, magari è stata solo fortuna. Certi scatti d’ira e attacchi brutali sono imprevedibili".