di Claudia Marin Settecentomila morti e oltre. Come in piena Seconda Guerra mondiale, nel terribile ’44. È il drammatico bilancio della mortalità in Italia nell’anno della pandemia, così come previsto dal presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo. Numeri impressionanti dietro i quali, secondo gli addetti ai lavori, vi sono non solo i morti per Coronavirus, ma anche quelli per altre patologie non curate (infarti, tumori e ictus innanzitutto). Il drammatico 2020, insomma, "non è ancora finito – spiega Blangiardo - ma una valutazione ragionevole fa pensare che quest’anno supereremo il confine dei 700mila decessi complessivi, che è un valore preoccupante, perché una cosa del genere l’ultima volta, in...

di Claudia Marin

Settecentomila morti e oltre. Come in piena Seconda Guerra mondiale, nel terribile ’44. È il drammatico bilancio della mortalità in Italia nell’anno della pandemia, così come previsto dal presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo. Numeri impressionanti dietro i quali, secondo gli addetti ai lavori, vi sono non solo i morti per Coronavirus, ma anche quelli per altre patologie non curate (infarti, tumori e ictus innanzitutto). Il drammatico 2020, insomma, "non è ancora finito – spiega Blangiardo - ma una valutazione ragionevole fa pensare che quest’anno supereremo il confine dei 700mila decessi complessivi, che è un valore preoccupante, perché una cosa del genere l’ultima volta, in Italia, era successa nel 1944. Eravamo nel pieno della Seconda Guerra mondiale. Nel 2019 il dato era stato di 647.000 morti". A conti ancora tutti da fare, dunque, siamo già con 60-70 mila morti in più rispetto all’anno scorso. Ma, al di là delle cifre, conta capire che cosa c’è dietro. La Protezione civile, a ieri, ha indicato in 65.851 i morti per Coronavirus: entro fine anno si dovrebbe superare la soglia dei 70 mila. Basterebbe questo a spiegare la differenza rispetto al 2019.

Ma, in realtà, nei 700mila deceduti e oltre del 2020 coloro che hanno perso la vita per il virus sono sicuramente di più. "I morti complessivi per Covid – spiega Gianpiero Dalla Zuanna, professore di demografia a Padova – sono di più di quelli censiti, soprattutto se ci riferiamo alla prima ondata. Non solo. È rilevante anche la quota dei decessi per altre patologie indirettamente collegabili all’emergenza: mi riferisco a coloro che non hanno avuto o non hanno potuto avere cure appropriate. Teniamo anche conto del fatto che da ottobre in avanti ai decessi per il virus si sommano quelli per incidenti e altre cause, che nella primavera scorsa, per il lockdown, abbiamo visto, invece, in calo". Netta la conclusione: il surplus di decessi per Covid è maggiore rispetto all’incremento quantitativo dei morti.

"È innegabile – osserva a sua volta Filippo Anelli, presidente della Federazione degli ordini dei medici – che nel corso di quest’anno siano aumentati i decessi per altre patologie non Covid per le mancate cure. E, d’altra parte, si possono incrementare le prestazioni, ma non si possono moltiplicare i medici".

E la conseguenza è drammatica: "Prendiamo il caso degli anestesisti. Se sono stati e sono impiegati in rianimazione non possono stare in sala operatoria e questo comporta un rinvio degli interventi ordinari, con tutti gli effetti del caso. E lo stesso riguarda le ambulanze: se sono utilizzate per le emergenze del virus, mancano per altre".

Il 2020, dunque, anche dal punto di vista demografico, si avvia a entrare negli anni neri non solo per il crollo della natalità, ma anche per il balzo in avanti della mortalità. Ma le tendenze demografiche degli ultimi decenni trovano conferma anche nei risultati del censimento del 2019 presentati ieri. Diminuisce infatti la popolazione complessiva, aumentano gli stranieri, crescono ancora gli anziani e si riducono i bambini. Gli analisti dell’Istat mettono in evidenza nel 2019, dunque, un’Italia sempre più attempata se non vecchia, lievemente più istruita, ma con il 50% della popolazione che ancora non arriva oltre il diploma di terza media. Nell’elaborazione dei dati relativi alla fine dello scorso anno si conferma lo spostamento di larghe parti della popolazione dal Sud e dalle Isole verso il Centro Nord così come la crescita delle città grandi e medie a fronte dello spopolamento dei piccoli centri.