di Pierfrancesco De Robertis Erano passati tre anni dalla fine della Grande Guerra, e quel milione e duecentomila morti erano ancora lì, stesi, silenziosi, a volte insepolti. In molti casi dimenticati, in altri vituperati o rimossi, come un peccato originale. Come se partire da una remota provincia della Sicilia o di una lontana valle alpina e andare a morire senza un perché nel fango di un altopiano sconosciuto, attorniato da compagni che non parlavano il tuo dialetto, fosse stata una colpa. Di chi, non si sa. Così tre anni dopo Vittorio Veneto l’Italia decise che era venuto il momento di fare i conti con quel passato recente, e prese l’iniziativa di onorare i suoi caduti. La Francia e la Gran Bretagna l’avevano fatto, noi ancora no. Seicentomila erano i soldati partiti per il fronte e non più tornati, e...

di Pierfrancesco

De Robertis

Erano passati tre anni dalla fine della Grande Guerra, e quel milione e duecentomila morti erano ancora lì, stesi, silenziosi, a volte insepolti. In molti casi dimenticati, in altri vituperati o rimossi, come un peccato originale. Come se partire da una remota provincia della Sicilia o di una lontana valle alpina e andare a morire senza un perché nel fango di un altopiano sconosciuto, attorniato da compagni che non parlavano il tuo dialetto, fosse stata una colpa. Di chi, non si sa.

Così tre anni dopo Vittorio Veneto l’Italia decise che era venuto il momento di fare i conti con quel passato recente, e prese l’iniziativa di onorare i suoi caduti. La Francia e la Gran Bretagna l’avevano fatto, noi ancora no. Seicentomila erano i soldati partiti per il fronte e non più tornati, e altrettanti i civili morti durante il conflitto. Un milione i feriti in combattimento, la metà mutilati. Cinque milioni i reduci, gente che porterà dentro di sé le stimmate perpetue della Grande carneficina, turbe psichiche e gravi disfunzioni comportamentali. Un paese intero piagato, di vedove, orfani, genitori privati dei figli che si ritrovò smarrito quando dopo la guerra arrivò la pace, e per cui fu del tutto naturale inginocchiarsi davanti a quel feretro con dentro la salma di un soldato ignoto, partito da Aquileia il 29 ottobre e giunto a Roma scortato da due ali ininterrotte di folla piangente quattro giorni dopo. Il viaggio attraversò la Penisola lungo la tratta ferroviaria Udine-Mestre-Bologna-Firenze-Orte e fu il primo grande rito collettivo dell’Italia post-unitaria. Centinaia di migliaia di persone vi resero un omaggio spontaneo e sincero di canti patriottici, preghiere, corone (il convoglio adoperò quindici carrozze solo per contenere i fiori), dando seguito a quanto era accaduto il giorno precedente ad Aquileia, quando la mamma di un soldato disperso - Maria Maddalena Bergamas, una popolana friulana - scelse a caso una delle undici bare in cui erano contenuti in maniera anomina i corpi di undici soldati senza nome, provenienti da tutti i fronti in cui l’esercito italiano aveva combattuto. Uno di quei corpi, in rappresentanza di tutti, partì da Aquileia e fu sepolto all’Altare della Patria il 4 novembre anche qui in mezzo al saluto commosso di centinaia di migliaia di cittadini. Un insieme di cerimonie dall’afflato sacrale, da Aquileia a Roma, che presero il tono di un vero rito mistico, in cui la figura del milite senza nome, figlio, padre, fratello, amico della Nazione in lacrime e ignoto Alter Christus laico, assurse a figura quasi divina.

Non poteva essere altrimenti per un Paese così duramente colpito. Che contro gli austriaci si fosse vinto o perso aveva poco importanza, di fronte alla morte, alla perdita, al lutto, alla povertà siamo tutti sconfitti. La Grande Guerra aveva provocato una devastazione umana, politica, sociale, economica, e quella gente si inchinò per questo. Ma non tutte le forze politiche lo compresero. Non ascoltarono fino in fondo il grido che veniva dal Paese, dalla pancia e dalla sua carne ferita. Nel novembre del 1919 c’erano state le elezioni e i partiti che raccoglievano esplicitamente le istanze del mondo del reducismo erano pochi (i "combattenti" ottennero il 4 per cento, i fascisti rimasero esclusi dal Pprlamento), mentre socialisti (oltre il 30 per cento) continuavano a mostrare freddezza e in certi casi ostilità per chi dalla guerra era appena tornato, o non era tornato. Come se le colpe del sistema imperialista che quei contadini aveva mandato a morire ricadessero sui contadini stessi. Così alle elezioni dell’aprile 1921 salirono di consensi dei partiti che le istanze reduciste le difendevano, mentre socialisti, comunisti e in certi casi popolari (in tutto quasi il 50 per cento) continuavano ad avversare reduci e in fin dei conti anche quel popolo che salutò il milite ignoto. Un soffio di popolo che invece, e purtroppo, fu abilissimo a sfruttare Mussolini. Cinico lui, cechi e sordi gli altri. E quando la politica non ascolta quello che accade e resta impigliato nella propria ideologia, il cortocircuito prima o poi è inevitabile.