Leo Turrini Tutta quella gente in coda per lui. In un angolo della provincia semplice, un frammento dell’Italia profonda e perbene. Si mobilita Vicenza per l’addio a Paolo Rossi e in quello che è un congedo è possibile cogliere, io credo, un altro tratto distintivo del campione, del personaggio, dell’essere umano. Certo, è vero: Pablito è stato l’eroe sghembo sui grandi palcoscenici azzurri, passando dall’Argentina alla Spagna, da Buenos Aires a Barcellona, fino alla notte magica di Madrid. E con la maglia della Juventus ha portato il suo talento nel cuore di stadi enormi. Eppure, il popolo non ha mai percepito Rossi, il signore del gol, come un idolo metropolitano....

Leo

Turrini

Tutta quella gente in coda per lui. In un angolo della provincia semplice, un frammento dell’Italia profonda e perbene. Si mobilita Vicenza per l’addio a Paolo Rossi e in quello che è un congedo è possibile cogliere, io credo, un altro tratto distintivo del campione, del personaggio, dell’essere umano. Certo, è vero: Pablito è stato l’eroe sghembo sui grandi palcoscenici azzurri, passando dall’Argentina alla Spagna, da Buenos Aires a Barcellona, fino alla notte magica di Madrid. E con la maglia della Juventus ha portato il suo talento nel cuore di stadi enormi. Eppure, il popolo non ha mai percepito Rossi, il signore del gol, come un idolo metropolitano. Anzi, pure nella cascata dei ricordi, generati dal dolore, prevale l’immagine dell’uomo che preferisce il borgo alla città, la campagna all’industria, il buon vivere in una dimensione appartata al frastuono della fama perenne.

Nato e morto nella Toscana silenziosa e sana, anche con il pallone tra i piedi Paolo si innamorava della poesia del piccolo che è bello. Cominciò a far parlare di sé su quel ramo del lago di Como, quasi fosse un Renzo Tramaglino dell’area di rigore. I difensori erano già dei Griso e dei Nibbio, ma lui era più bravo. E alla esperienza lariana il futuro campione del mondo deve l’etichetta. Era l’unico calciatore chiamato per nome e cognome: Paolo Rossi. Per distinguerlo da un collega, Renzo Rossi, all’inizio incredibilmente più celebre di lui.

Poi venne Vicenza. Il Vicenza di Giussy Farina, un pittoresco presidente che di calcio ne capiva. Erano gli anni in cui furoreggiava il modello Olanda, nel pallone. Tutti attaccaniti e tutti difensori. Una utopia che nel Bel Paese nessuno riusciva a copiare: non la Juve, non l’Inter, non il Milan. Il Vicenza invece sì. C’era un allenatore simpaticissimo, Giobatta Fabbri. Uno che predicava allegria, in campo e fuori. Grandi mangiate di pesce, un approccio non isterico alle cose di spogliatoio. In breve: un protagonista fiabesco.

Fu così che negli anni vicentini si vide il miglior Rossi di sempre. Più forte persino del Pablito dei mondiali. Perché l’aria della provincia esaltava l’indole del centravanti. Lui si divertiva giocando con Filippi e con Salvi, con Faloppa e con Cerilli. Si divertiva come più gli sarebbe capitato. Sfiorato uno scudetto con quella banda di mattacchioni, ancora la periferia dell’Impero gli aprì le porte. Nel 1979, dopo una retrocessione ingiusta patita in maglia biancorossa, Rossi riparò a Perugia.

Di nuovo, niente metropoli. Naturalmente le regole di mercato erano diverse da oggi, non esistevano i procuratori e gli atleti erano meno liberi di oggi: però nessuno impose a Pablito di rifugiarsi in Umbria. Anzi, disse no al Napoli offrendo una spiegazione semplice: "Non posso immaginarmi in una grande città che mi soffocherebbe con il suo amore". Perugia fu una sua scelta, macchiata dalla triste vicenda della squalifica per avere segnato (!) due gol in una partita contro l’Avellino: ma per un tempo troppo breve il Perugia fu famoso nel mondo come le big, diventando la prima squadra di calcio in Italia ad introdurre lo sponsor sulla maglia. Ecco, forse nulla è accaduto per caso, nella storia di questo grande italiano di provincia. Nemmeno l’ultimo gol in carriera. Segnato per il Verona, l’1 marzo del 1987, contro l’Udinese.

Piccolo e immenso era il mondo di Pablito. Per sua e per nostra fortuna.