In carcere 33 anni per omicidio. Assolto l’ex allevatore sardo: "Sono libero, è finito un incubo"

Processo di revisione, Zuncheddu era stato condannato all’ergastolo per il delitto di tre pastori. Su istanza della difesa a novembre la pena era stata sospesa. Anche il Papa pregava per lui. .

In carcere 33 anni per omicidio. Assolto l’ex allevatore sardo: "Sono libero, è finito un incubo"

In carcere 33 anni per omicidio. Assolto l’ex allevatore sardo: "Sono libero, è finito un incubo"

Quasi trentatré anni in carcere, poi il colpo di spugna: non è stato lui. Beniamino Zuncheddu è stato assolto dai giudici della IV sezione della Corte d’appello di Roma per la strage del 1991 che resta senza colpevoli. "Questa è la fine di un incubo", le sue prime parole dopo la lettura della sentenza. L’ex allevatore sardo, oggi ha 59 anni, fu fermato due mesi prima di compierne 27. Ha trascorso dietro le sbarre quasi 33 anni, condannato all’ergastolo per la carneficina compiuta l’8 gennaio 1991 nell’ovile di Cuile is Coccus, sulle montagne di Sinnai, in provincia di Cagliari. I suoi legali lo descrivono come "una persona incredibile, non meritava tutto questo".

La sera della strage furono uccisi tre pastori: Gesuino Fadda, suo figlio Giuseppe e Ignazio Pusceddu. Il genero di Fadda, Luigi Pinna, ferito con due fucilate e unico sopravvissuto alla strage, divenne il principale accusatore di Zuncheddu che, per quell’eccidio, venne condannato al ‘fine pena mai’. Anni dopo, si capì che il giovane pastore – che si era sempre proclamato innocente ed aveva rinunciato a ogni istituto premiale – era vittima di un’ingiustizia, anzi del più grande errore giudiziario del sistema penale italiano.

Tanto che fu fissato un processo di revisione davanti alla Corte d’appello di Roma e il 13 ottobre 2023 furono riascoltati i due testi chiave. Pinna e Mario Uda, l’agente di polizia che svolse le indagini e che, a detta della difesa, avrebbe condizionato il teste inducendolo a un falso riconoscimento. La svolta arrivò nell’ultima udienza davanti ai giudici capitolini della Corte d’Appello. In un drammatico confronto con Uda, Pinna, 62 anni, testimoniò che prima di effettuare il riconoscimento dei sospettati, il poliziotto gli mostrò la foto di Beniamino Zuncheddu: "Mi disse che il colpevole della strage era lui".

Pinna ha anche ammesso di non aver mai realmente visto in faccia Zuncheddu perché l’assassino, quell’8 gennaio del 1991, aveva il volto nascosto da una calza di nylon. Un vero accordo scellerato che ha retto per trenta anni. "L’attendibilità di Pinna ha costituito il passaggio necessario della condanna oltre ogni ragionevole dubbio. Ma se ha mentito sulla foto, questa lealtà morale dove va a finire?", si è chiesto il pg della Corte di Appello di Roma, Francesco Piantoni. A spingere per l’assoluzione anche un’intercettazione ambientale, cruciale per riscrivere il racconto processuale. Pinna, parlando in auto con la moglie, aveva rivelato: "I magistrati hanno capito che il poliziotto mi ha fatto vedere la foto prima. Mario Uda mi ha mostrato prima la foto di Beniamino".

Il pg aveva già chiesto, "per non avere commesso il fatto", l’assoluzione per Zuncheddu parlando di "trenta anni di menzogne". Non solo di Pinna e Uda, ma anche di Paolo Melis e Giuseppe Fadda, testimoni che descrissero Zuncheddu come un violento che minacciava i Fadda con il fucile. La storia di Beniamino viene da molti vista come un nuovo "caso Tortora".

L’uomo, in libertà dal 25 novembre, con pena sospesa, ha vissuto l’attesa della sentenza nel suo paese, Burcei in provincia di Cagliari. Nel frattempo, tramite il parroco, aveva scritto a papa Bergoglio per chiedere una preghiera e un’udienza privata dopo la sentenza. A sorpresa il Pontefice aveva telefonato al prete, assicurando che stava pregando per l’ex pastore.