In Danimarca, dove lo Stato vuole controllare i sermoni, una iman donna conduce una moschea criticata dai tradizionalisti
In Danimarca, dove lo Stato vuole controllare i sermoni, una iman donna conduce una moschea criticata dai tradizionalisti

Giovanni

Serafini

 giusto chiedere alle religioni di non esprimere valori contrari a quelli dello Stato?

La domanda non si pone nemmeno in Francia, il Paese più laico d’Europa che votò la separazione fra Stato e Chiesa nel 1905 abolendo il concordato del 1801 firmato

da Napoleone e Pio VII.

La discussione è invece accesa in Danimarca e minaccia di estendersi in altri paesi. Il governo di Copenaghen vuole varare una legge che prevede l’obbligo di tradurre in danese tutti i sermoni religiosi. Una misura che mira al controllo della comunità musulmana e dei suoi predicatori, ma che risulta sgradita anche alle altre confessioni, tanto che il presidente della Conferenza delle Chiese europee, Robert Inn, ha inviato al “Guardian” una lettera di protesta.

È deprecabile – afferma –

la tendenza all’abbandono di diritto e libertà di religione.

Il tema è delicato, ma di fronte al pericolo degli attentati e del fanatismo islamico bisogna erigere misure difensive. Troppi imam, approfittando del fatto che pochi conoscono l’arabo, pronunciano discorsi incendiari nelle moschee. Troppi musulmani sono convinti che la religione sia prioritaria rispetto allo Stato.

Di qui la sfida lanciata dal presidente Emmanuel Macron, punto forte dei suoi 5 anni all’Eliseo: la legge sul separatismo, da lunedì prossimo alla Camera, imporrà regole ferree in materia di poligamia, certificati di verginità, matrimoni forzati, finanziamenti di culto e via dicendo. L’Etat d’abord!