Giorgio Comaschi Ti ho scoperto mascherina. Da domani crollano i veli all’aperto e il grande carnevale di Venezia finisce, con le nostre povere bocche che riprendono a introdurre aria non di armadio chiuso, ma di cielo aperto. Però le maschere resteranno, al chiuso. Ne abbiamo viste di tutti i colori, disegnini buffi, alcuni belli, altri orrendi, abbiamo simulato baffi, tette, culi, denti da...

Giorgio

Comaschi

Ti ho scoperto mascherina. Da domani crollano i veli all’aperto e il grande carnevale di Venezia finisce, con le nostre povere bocche che riprendono a introdurre aria non di armadio chiuso, ma di cielo aperto. Però le maschere resteranno, al chiuso. Ne abbiamo viste di tutti i colori, disegnini buffi, alcuni belli, altri orrendi, abbiamo simulato baffi, tette, culi, denti da squali, bocche da clown, di tutto. Ma quelle che hanno fatto e fanno più impressione sono quelle che ci hanno trasformato in agghiaccianti Hannibal Lecter, nel Silenzio degli innocenti. Cioè quelle di plastica, trasparenti, con la valvolina nella parte bassa. Mentre le mascherine di stoffa o FFP2 ci nascondevano mezza faccia, queste ce la deformano in maniera devastante. Nemmeno il labirinto degli specchi dei luna park ci deforma così. Facce sghembe, a doppia focalità, facce nella nebbia, nell’opaco, nella foschia, dietro alle vetrate di una sauna. La maschera di plastica è uno dei grandi travestimenti di questa era del virus. Ci trasforma anche nel carattere.

Siamo buoni, abbiamo gli occhioni da cagnoni, dolci e teneri? Con quelle maschere da Hannibal assumiamo espressioni temibili, più neutre, fredde, a volte anche cattive. Spesso viene a casa mia un amico a cucinare e porta quel tipo di mascherina. Appena entra ho paura. Poi so chi è, mi tranquillizzo e la tensione si allenta. Con le maschere tradizionali ci si appannano miseramente gli occhiali, nessuno ha inventato un rimedio, ma con quelle di plastica si appanna l’universo. È come alitare su un vetro e parlare contemporaneamente con una persona. Non ti vede, o ti vede a metà, è come un colloquio con un parente incarcerato. Guardandolo, capisci l’uso di ossigeno che fa perché l’alone aumenta e diminuisce a seconda della sua capacità polmonorae. È abbastanza impressionante. E gli aliti? Gli aliti si infrangono felicemente contro quel fondale trasparente. Ma se uno ha mangiato aglio non c’è Hannibal Lecter che tenga.