Giorgio

Comaschi

Il "violino" è sempre stato un sogno, più che un lenzuolo di carta da tenere nel portafoglio. "Violino" è il soprannome da mala, perché è viola e perché col "violino" si ungevano molte serrature. Chi sventolava la banconota da 500 agli amici del bar, scendendo preferibilmente da una spider, faceva senso, era il "figo" del quartiere, a differenza di quelli che stanno dietro nelle spider che non contano niente perché in tasca hanno tagli al massino da venti. Chi nella vita ha avuto un "violino" ha fatto fatica a cambiarlo. Perché non lo voleva nessuno. La battuta era, pagando cinque limoni dal fruttivendolo: "Ha da cambiare per piacere?", sventolando quella carta mai vista con scritto sopra 500.

"Non ho spiccioli", ribatteva a battuta il fruttivendolo. E il "violino" ti rimaneva lì in tasca, come un reperto da potenziale miliardario. Valeva 500 euro, addirittura potevi dire "un milione delle vecchie lire", ma tutti lo schivavano. Solo il tabaccaio era in grado di cambiarlo senza sbarrare gli occhi. Ti smollava 10 carte da 50 e andavi via tutto contento, rimandando il prossimo bancomat a chissà quando. Ma se sventolavi quel 500, in qualsiasi contesto, eri subito inquadrato nella categoria dei "puffaroli", cioè qualcuno un po’ losco, dall’aria furfantesca. Poteva servire allora per qualche approccio amoroso, sperando di fare effetto e di far sognare facili paradisi esotici. Ma i soldi non sono tutto nella vita. E ormai neanche la carta da 500.