7 giu 2021

Il trionfo di Pablito e il rigore di Baggio. "Cadute e rivincite, la Nazionale come noi"

Due storici hanno scritto un libro sull’Italia calcistica: "Siamo un popolo incostante e criticato, ma come gli azzurri sappiamo rialzarci". Dal leggendario 4-3 alla Germania al buco nei conti lasciato da Italia ’90, un parallelo fra lo sport più amato e la storia del Paese

massimo cutò
Cronaca
Roberto Baggio, oggi 54 anni, dopo aver sbagliato il rigore decisivo col Brasile nella finale dei Mondiali Usa ’94
Roberto Baggio, oggi 54 anni, dopo aver sbagliato il rigore decisivo col Brasile nella fin

Esiste un’italianità connessa alla Nazionale di calcio? "Naturalmente sì. La formazione degli italiani è sempre andata di pari passo con la formazione della squadra, scandita allo stadio dallo speaker. Il calcio non è un semplice gioco. Men che meno per noi: è parte del Paese, della società, del costume e della nostra cultura". Paolo Colombo, sessant’anni, accademico e docente di Storia delle istituzioni politiche alla Cattolica, è milanese "ma soprattutto milanista, inutile girarci attorno". Assieme al collega-tifoso Gioachino Lanotte, professore di Storia contemporanea stregato dal football, ha scritto Azzurri edito dalla Utet. Ovvero selezione nazionale e identità nazionale strettamente intrecciate. Il libro esce mentre iniziano gli Europei più europei di sempre: le sedi sono 11 (numero fatidico), da Londra a San Pietroburgo passando per Roma e il resto del continente. Giochi senza frontiere. Saremo fra i protagonisti: ieri, oggi, domani con il nostro carattere nello zaino. Chi siamo in realtà? "Gente figlia di stereotipi e luoghi comuni. Inaffidabili, furbastri, incostanti, individualisti, attenti all’orticello piuttosto che al bene comune e alla cosa pubblica. Tutto vero, ma nel nostro modo di essere c’è tanto altro. Sarebbe importante assimilare un concetto: siamo fatti così, nel bene e nel male. Gli stranieri lo sanno e ci accettano, spesso ci amano. Noi no". Il calcio lo dimostra? "È uno specchio. La rivelazione dell’indole comune che ci caratterizza, ma in cui ci riconosciamo a stento. Siamo incapaci di celebrarci. Eppure basterebbe poco, senza cadere nello sciovinismo". La Nazionale come segno distintivo? "È la nostra incarnazione. Nelle occasioni cruciali riusciamo a fare squadra e i risultati arrivano. Certi trionfi sorprendenti non sono tali, a ben guardare". Per esempio? "La semifinale mondiale di Messico ‘70: quel leggendario 4-3 sulla Germania". Pensa al gol di Rivera, sintesi di tecnica e genio? "Più ancora all’azione di Burgnich, il difensore-roccia che ...

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