Roberto Baggio, oggi 54 anni, dopo aver sbagliato il rigore decisivo col Brasile nella fin
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Esiste un’italianità connessa alla Nazionale di calcio? "Naturalmente sì. La formazione degli italiani è sempre andata di pari passo con la formazione della squadra, scandita allo stadio dallo speaker. Il calcio non è un semplice gioco. Men che meno per noi: è parte del Paese, della società, del costume e della nostra cultura". Paolo Colombo, sessant’anni, accademico e docente di Storia delle istituzioni politiche alla Cattolica, è milanese "ma soprattutto milanista, inutile girarci attorno". Assieme al collega-tifoso Gioachino Lanotte, professore di Storia contemporanea stregato dal football, ha scritto Azzurri edito dalla Utet. Ovvero selezione nazionale e identità nazionale strettamente intrecciate. Il libro esce mentre iniziano gli Europei più europei di sempre: le sedi sono 11 (numero fatidico), da Londra a San Pietroburgo passando per Roma e il resto del continente. Giochi senza frontiere. Saremo fra i protagonisti: ieri, oggi, domani con il nostro carattere nello zaino. Chi siamo in realtà? "Gente figlia di stereotipi e luoghi comuni. Inaffidabili, furbastri, incostanti, individualisti, attenti all’orticello piuttosto che al bene comune e alla cosa pubblica. Tutto vero, ma nel nostro modo di essere c’è tanto altro. Sarebbe importante assimilare un concetto: siamo fatti...

Esiste un’italianità connessa alla Nazionale di calcio?

"Naturalmente sì. La formazione degli italiani è sempre andata di pari passo con la formazione della squadra, scandita allo stadio dallo speaker. Il calcio non è un semplice gioco. Men che meno per noi: è parte del Paese, della società, del costume e della nostra cultura".

Paolo Colombo, sessant’anni, accademico e docente di Storia delle istituzioni politiche alla Cattolica, è milanese "ma soprattutto milanista, inutile girarci attorno". Assieme al collega-tifoso Gioachino Lanotte, professore di Storia contemporanea stregato dal football, ha scritto Azzurri edito dalla Utet. Ovvero selezione nazionale e identità nazionale strettamente intrecciate. Il libro esce mentre iniziano gli Europei più europei di sempre: le sedi sono 11 (numero fatidico), da Londra a San Pietroburgo passando per Roma e il resto del continente.

Giochi senza frontiere. Saremo fra i protagonisti: ieri, oggi, domani con il nostro carattere nello zaino. Chi siamo in realtà?

"Gente figlia di stereotipi e luoghi comuni. Inaffidabili, furbastri, incostanti, individualisti, attenti all’orticello piuttosto che al bene comune e alla cosa pubblica. Tutto vero, ma nel nostro modo di essere c’è tanto altro. Sarebbe importante assimilare un concetto: siamo fatti così, nel bene e nel male. Gli stranieri lo sanno e ci accettano, spesso ci amano. Noi no".

Il calcio lo dimostra?

"È uno specchio. La rivelazione dell’indole comune che ci caratterizza, ma in cui ci riconosciamo a stento. Siamo incapaci di celebrarci. Eppure basterebbe poco, senza cadere nello sciovinismo".

La Nazionale come segno distintivo?

"È la nostra incarnazione. Nelle occasioni cruciali riusciamo a fare squadra e i risultati arrivano. Certi trionfi sorprendenti non sono tali, a ben guardare".

Per esempio?

"La semifinale mondiale di Messico ‘70: quel leggendario 4-3 sulla Germania".

Pensa al gol di Rivera, sintesi di tecnica e genio?

"Più ancora all’azione di Burgnich, il difensore-roccia che mai aveva passato la metà campo in vita sua. Invece ha l’ispirazione per segnare la rete del pari quando tutto sembra perduto. E ribalta la partita".

Trova una similitudine fuori dal campo?

"La grande guerra di Monicelli. Gassman e Sordi trasformano l’umiliazione in eroico sacrificio e riscattano con il loro gesto di ribellione tutto un popolo".

Quell’Italia-Germania portò la folla nelle strade per il calcio, a sventolare il tricolore nella 500 con il clacson premuto.

"Una festa di piazza. L’orgoglio riscoperto. La gioia di sentirsi italiani per una notte".

Come nel Mundial di Spagna 12 anni dopo?

"Anche nell’82 nessuno dava credito agli azzurri, venivamo da match deludenti e la critica infieriva sui giocatori. Davanti a rivali considerati più forti, il gruppo si saldò attorno a Bearzot. E poi c’era Pertini".

Che ruolo giocò il presidente?

"Quello del tifoso istintivo che rappresentava il Paese. Le sue parole in tribuna: non ci prendono più. E poi: riporto i campioni a casa sul mio aereo. E ancora lo scopone in volo come al bar. Tutto molto pop, diretto, immediato".

Anche il presidente Ciampi ha segnato il gol della svolta?

"Scelta istituzionale, dettata da un uomo che aveva giocato a calcio e seguiva le partite del Livorno all’Ardenza. Ha ridato linfa all’inno di Mameli e alla bandiera fuori e dentro lo stadio, elementi aggreganti dell’identità nazionale. La parata del portiere accanto alla parata dei Fori imperiali".

Era stata l’intuizione del Ventennio?

"Mussolini ha cavalcato la modernità a suo uso e consumo. La Nazionale era una formidabile grancassa per la propaganda fascista: l’ha sfruttata per consolidare potere e consenso. I Mondiali organizzati e vinti nel ‘34 hanno aperto i cantieri degli stadi, alcuni ancora in servizio oggi. Un aspetto va sottolineato: due milioni di lire spesi, tre milioni e mezzo incassati".

Conti molto diversi dal Campionato di Italia ‘90.

"Era la vigilia di Tangentopoli. Su 757 appalti, solo il 2,6% fu assegnato con asta pubblica. Un quarto delle opere infrastrutturali mai completato. Spesa finale di 6.868 miliardi di lire: più del doppio previsto".

Tutto tipicamente made in Italy?

"Dittatura, democrazia, boom economico, anni di piombo, riflusso, la staffetta tra prima e seconda Repubblica. Tutto è passato attraverso le maglie della Storia e della Nazionale".

Le fatidiche maglie azzurre?

"In principio erano bianche. Poi il colore sabaudo. Il Duce impose le divise nere e il saluto romano ai Mondiali di Francia nel ‘38, tra i fischi degli esuli antifascisti sugli spalti. In quel momento neppure la Nazionale poteva fare da collante".

La Nazionale di oggi è molto cambiata?

"Radicalmente. Va a giocare in provincia, concedendosi ai tifosi di qualunque latitudine. Poi siamo passati dagli oriundi Sivori e Altafini ai nuovi cittadini Balotelli, Kean, Okaka, Ogbonna. Infine è sbocciata la Nazionale femminile simboleggiata da Sara Gama: donna, esempio di meticciato e capitana. Il traino della nuova Italia".

Ma i campanilismi resistono?

"La passione per la squadra di club è inestinguibile. Ed è giusto. Vittorio Sereni soffriva per l’Inter, Saba trepidava per la Triestina, Arpino ha scritto versi eterni per il Grande Torino. Sarti, Burgnich, Facchetti appartengono alla memoria collettiva come il Totocalcio, Carosio, Martellini e il quartetto Cetra - oh oh oh oh che centrattacco oh oh oh oh tu sei un cerbiatto sei meglio di Levratto ogni tiro va nel sacco".

C’è un’immagine esemplare?

"L’italiano sa condividere i dolori, oltre ai trionfi. Paolo Rossi, il centravanti più mingherlino del pianeta, è stato epica pura: vittorie, caduta, resurrezione. L’urlo di Tardelli siamo noi. Ma l’altra faccia della medaglia è Baggio: un fuoriclasse fragile e amatissimo per il rigore sbagliato nella finale contro il Brasile, ai Mondiali americani del ‘94. Lì sono scattate la solidarietà e la pietas per l’eroe sfortunato. L’umanità della nostra razza che la vicenda sportiva amplifica".

Esaltazione o delusione per un pallone che rotola: non è infantilismo?

"Il pallone è una metafora e un’opportunità. È elastico e ondivago. Offre al bambino la possibilità di crescere. Essere italiani vuol dire sposare le regole ma andare a letto con le eccezioni, significa vivere di emozioni: un limite e una liberazione. Dovremmo imparare ad apprezzare il pareggio".

Il pareggio?

"La via mediana. Liedholm spiegava che il risultato perfetto è lo zero a zero, l’armonia che si apprezza solo guardando il gioco e l’esistenza con occhi diversi".