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Il Texas torna al ’25

3 lug 2022
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Marcella

Cocchi

Ancora stordite e arrabbiate per la sentenza della Corte suprema Usa che ha cancellato il diritto all’aborto, 36 milioni di donne americane (e con loro quelle di tutto il mondo) hanno un altro motivo per dirsi stupefatte. Il più efficace salvagente contro il nuovo oscurantismo dei diritti a sorpresa sta arrivando non dalla politica – e questo, a dire il vero, non è stupefacente – ma dal moloch del web.

Sì, avete capito bene, dallo stesso “Grande fratello“ che sa tutto di noi, che ha raccolto enciclopedie virtuali di big data, che traccia (e quindi potenzialmente controlla) i nostri spostamenti, i nostri gusti, le nostre vite. Google si è detto pronto a cancellare la localizzazione quando l’"utente" visiterà una clinica per l’aborto, strizzando in questo modo l’occhio a chi, per poter vedere garantito il diritto all’aborto, dovrà cercare rifugio nei singoli Stati Usa che continueranno ad ammettere l’interruzione di gravidanza. Il gigante online per una volta dismette i panni della “spia“ che orwellianamente parlando desta tanti sospetti, accettando di auto-limitare il proprio strapotere. Per una volta, mentre i Democratici d’Oltreoceano arrancano nel trovare una soluzione politica allo choc decretato dai giudici ultraconservatori, le donne dovranno dire grazie a un’azienda, un privato. Per una volta – ops, no, questa ormai è la prassi – sono i colossi del web a prendere le redini dei politici deficitari o impotenti.

Ma è proprio quest’ultimo un punto che fa pensare. Siamo a una nuova forma di governo: quella dei clic. Qualche mese fa potevano essere i tweet violenti sull’assalto al Congresso prima censurati dall’ex padrone di Twitter Jack Dorsey e, ora, al contrario, riammessi dal suo successore filo repubblicano Elon Musk. In questo caso, si tratta di una libera scelta filo-democratica del ceo di Google Sundar Pichai. Libera, perché tale limitazione non la aveva accettata mai, nemmeno dopo le pressioni dei principali governi mondiali. Insomma, chi pesa di più? La politica o la legge del web? Chi agevola quei diritti che, come ricorda Emma Bonino, non bisogna mai fare l’errore di considerare acquisiti per sempre?

Mentre sul territorio sterminato degli Stati Uniti d’America si combatte una guerra ideologica, Stato per Stato, Corte suprema contro singoli tribunali distrettuali che tentano di picconare la svolta anti-abortista, l’elettorato femminile più che trovare risposte nel leader dem Biden, trova uno straccio di qualcosa in Google, il quale aveva anche già offerto rimborsi e assistenza per le donne in cerca di un luogo per abortire. Ieri il Texas ha autorizzato addirittura l’entrata in vigore di una legge del 1925 che vieta l’aborto e punisce chi lo pratica con la carcerazione. A questo punto, donne, è proprio il caso di dirlo: tanto vale invocare il nuovo Martin Luther King virtuale. Arriva da Mountain View.

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