di Antonella Coppari Il nome c’è: Marco Rizzone. È lui il terzo "furbetto del bonus, il deputato pentastellato che mancava all’appello. Come i leghisti Murelli e Dara, è ’reo’ di aver preso il sussidio da 600 euro, pensato per i lavoratori autonomi in difficoltà causa Covid. Era nel mazzo – esiguo per la verità – dei grillini che non avevano firmato la liberatoria per la privacy chiesta dai vertici, autorizzando l’Inps ad alzare il sipario sul proprio conto. A questo punto, il destino dell’imprenditore informatico ligure appare segnato: "L’ho deferito ai probiviri – scrive il capo politico del Movimento, Vito Crimi – chiedendone la sospensione immediata e la...

di Antonella Coppari

Il nome c’è: Marco Rizzone. È lui il terzo "furbetto del bonus, il deputato pentastellato che mancava all’appello. Come i leghisti Murelli e Dara, è ’reo’ di aver preso il sussidio da 600 euro, pensato per i lavoratori autonomi in difficoltà causa Covid. Era nel mazzo – esiguo per la verità – dei grillini che non avevano firmato la liberatoria per la privacy chiesta dai vertici, autorizzando l’Inps ad alzare il sipario sul proprio conto. A questo punto, il destino dell’imprenditore informatico ligure appare segnato: "L’ho deferito ai probiviri – scrive il capo politico del Movimento, Vito Crimi – chiedendone la sospensione immediata e la massima severità nella sanzione". Ovvero l’espulsione. Una risposta in tempo reale all’accusa di Salvini: "Noi abbiamo punito chi ha sbagliato, altri fanno finta di niente".

Alla gogna ci sono i parlamentari, ma alla sbarra oggi ci sarà Pasquale Tridico. Sono giorni che nel mirino c’è soprattutto lui: alle 12, collegato in diretta streaming (pubblica) con la commissione Lavoro a Montecitorio oramai non si tratterà solo di fare i nomi degli altri due parlamentari cui è stato rifiutato il sussidio (un altro esponente del Carroccio e uno di Italia Viva). La lista delle domande, che in realtà mascherano accuse quasi neppure dissimulate visto che piovono richieste di dimissioni tanto dall’opposizione quanto dai renziani, è ben più lunga. Nessuno dovrebbe chiedere conto al presidente dell’Inps delle scelte fatte al momento dell’erogazione del bonus visto che il governo non aveva previsto paletti, anche se nel clima incandescente di questi giorni è possibile che l’argomento venga fuori. Di certo però tutti chiederanno conto della fuga di notizie: perché ora scoppia il caso, visto che era stato informato mesi fa? Perché l’Antifrode si occupa di questa vicenda se non c’è stata frode? Perché c’è stata una attenzione specifica nei confronti dei politici? C’è una schedatura dei parlamentari all’Inps? È possibile avere la versione del direttore dell’unità Antifrode, Antonello Crudo?

Nulla osta che pure quest’ultimo sia sentito a Montecitorio, ma intanto la linea di difesa di Tridico è già pronta, grazie anche ai primi risultati dell’inchiesta interna affidata al direttore generale Gabriella De Michele. E dunque, il presidente dell’Inps negherà ogni addebito, a partire da quello di aver pilotato l’uscita di notizie per incedere sul referendum. "Assolutamente falso – ripete da giorni – che io abbia fatto un’operazione politica". Dirà che non c’è stata nessun irregolarità, né schedature: "Non si è trattato di un controllo mirato – spiegano dalle sue parti –, visto che politici e amministratori locali hanno un inquadramento previdenziale particolare registrato nelle banche dati dell’Istituto".

Sin qui la sua difesa. Che basti a salvare la sua pericolante posizione, però non è certo. Ma Tridico non è l’unico finito nella tempesta per il caso dei cinque reprobi. Il partito nell’occhio del ciclone è la Lega di Salvini: un po’ perché la maggior parte dei deputati che avevano chiesto i sussidi viene da lì, molto perché ad avanzare la richiesta pare siano stati svariati consiglieri regionali leghisti. Il repulisti annunciato non basta a fermare la valanga, così prova a reagire girando la lama verso il premier: "Volendo fare complottismo, direi che è un caso nato per coprire i problemi veri di Conte".