Leo Turrini

In tempi di pandemia è cambiato il nostro approccio alla civiltà dell’immagine. Siamo stati costretti a scoprire lo smart-working, a usare Zoom per vedere i figli lontani e abbiamo anche imparato a “consumare” la tv attraverso le piattaforme, da Netflix ad Amazon Prime, da Rai Play a Dazn, tra poco sede video del campionato di calcio. Tutto sul web, tutto dal web. Non è questione di giusto o sbagliato: la Rivoluzione digitale, come ogni rivoluzione industriale e politica, distrugge e crea. Sarà il tempo a determinare il saldo finale, a quantificare attivo e passivo. Ma una cosa, forse, già la possiamo afferrare. Paradossalmente, il moltiplicarsi dell’offerta si traduce non in uno stimolo allo stare insieme. Ma in una spinta all’isolamento. Troppa comunicazione rischia di generare un altro virus: quello dell’incomunicabilità.

Mi spiego. Un bel film resta tale anche se te lo guardi in solitudine. Ma va persa la condivisione, il piacere condiviso per una battuta di Sordi o l’ammirazione per le tette di Laura Antonelli. Oggi possiamo vedere tutto, eppure sai che nostalgia per il tizio che alla domenica pomeriggio si incollava all’orecchio la radiolina e il passante gli domandava chi aveva fatto gol per la Juve. Eravamo meno moderni, d’accordo. Ma almeno ignoravamo pure l’esistenza del Covid.