Ci sono anche preti interrogati nell’inchiesta riaperta sul caso di Nada Cella, la segretaria uccisa a Chiavari nel 1996
Ci sono anche preti interrogati nell’inchiesta riaperta sul caso di Nada Cella, la segretaria uccisa a Chiavari nel 1996

Davide

Rondoni

Un uomo che parla a un sacerdote in confessione sta parlando a Dio. Che piaccia o no a Macron, ai giudici – la questione torna nell’ultimo caso dell’omicidio Cella (irrisolto da 25 anni) – o a chiunque altro, nessuno Stato, nessun Giudice può intromettersi in quel colloquio. Occorre difendere questo elemento perché altrimenti se si continua con questa idea che la giustizia possa entrare coi suoi strumenti ovunque dovremo accettare che un microchip sia messo sotto pelle per sapere i pensieri degli uomini. Il colloquio con Dio non è a disposizione di nessuno. Certo i sacerdoti che incarnano la parola di Dio danno sempre il consiglio a chi commette reati di rimettersi alla giustizia, ma non possono obbligare a farlo. Non tutti i colloqui umani possono essere vagliati dalla magistratura. Ovviamente questo non significa l’impunità degli uomini di Dio nel momento in cui commettono reati. Né ovviamente il fatto che al di fuori dell’esercizio della confessione qualora venissero a conoscenza di notizie di reato debbano comportarsi da buoni cittadini. Così l’antico gesto della confessione religiosa rischia di diventare il punto più avanzato della difesa della libertà dell’individuo. Un paradosso della modernità: la pratica più retriva della istituzione considerata più vecchia e forse colpevole di tanti guai offre il punto in cui si custodisce il valore sacro dell’individuo e della sua libertà. Anche di colloquiare con Dio e non con un Giudice.