Corrado Piffanelli Dopo l’addio ai numeri tradizionali sulle maglie, all’orario unico, al colore storico delle divise, al giudizio unico dell’arbitro, e perfino al gol doppio in trasferta nelle coppe europee, ieri abbiamo congedato un altro pezzo di tradizione del calcio, ovvero il calendario...

Corrado

Piffanelli

Dopo l’addio ai numeri tradizionali sulle maglie, all’orario unico, al colore storico delle divise, al giudizio unico dell’arbitro, e perfino al gol doppio in trasferta nelle coppe europee, ieri abbiamo congedato un altro pezzo di tradizione del calcio, ovvero il calendario delle partite speculare tra andata e ritorno. La curiosità liturgica con la quale si attendeva il susseguirsi delle partite è stata sostituita dalla ricerca spasmodica della propria squadra in un mare di date senza apparente logica. In realtà un motivo c’è.

Il calendario deve rispondere ad una serie di vincoli: le concittadine devono giocare alternate, nei turni infrasettimanali non devono esseci gare a rischio, chi gioca in coppa deve avere almeno tre giorni prima della successiva gara e devono essere garantite alle tv le gare previste dal contratto, divise per prima e seconda fascia, top club e altri, gare del sabato, domenica, dell’ora di pranzo, della sera, eccetera. Fino all’anno scorso è stato possibile rispettare tutti questi vincoli mantenendo anche la simmetria del calendario ma è stato un miracolo. A far cadere il tutto è stata l’Europa League: le gare al giovedì vincolano molto la programmazione, di fatto scartando i team dal sabato e dalla domenica pomeriggio.

Ma tra andata e ritorno la coppa coincide con giornate diverse, di qui l’idea di far cadere un’altra tradizione

come hanno fatto Inghilterra, Francia e Spagna. Da cui però non abbiamo molto da imparare, a giudicare dai fatti.