Davide

Rondoni

In Italia ci sono due miti intoccabili. Uno direbbe, che so, Dante e Garibaldi. E invece sono il Festival di Sanremo e l’esame di Maturità. Il primo è una gran fiera della musica (chiamiamola così

per convenzione) l’altro è il coronamento dell’istruzione giovanile (chiamiamola così anche questa per convenzione). Intoccabili. Può cascare il mondo, cambiare governi, clima, economie, gusti, ma i due restano intoccabili. E così all’apice di una scuola ancorata a un fallimentare progetto

educativo illuminista-statalista c’è l’apoteosi dell’assurdo. Che anche quest’anno, in un’Italia che ha persino tenuto le scuole più chiuse di altri Paesi, si replica.

Un momento d’esame dove il

malcapitato deve dimostrare di essere maturo (già la parola insospettisce) dimostrando a dei commissari di Stato ciò che evidentemente i suoi professori (cioe gli adulti che l’han tenuto per anni dietro i banchi) non sanno valutare. Ovvero se è sufficientemente imbevuto di una piccola enciclopedia di nozioni che gli è stata propinata. Cosa c’entra tutto questo con l’esser maturi lo sa il Demonio. Ma da secoli i nostri governanti (con l’assenso colluso e malpagato della classe insegnante) han deciso che l’educazione dei giovani italiani – che, guarda un po’, in Italia non incontran quasi mai la musica, l’arte, la letteratura in modo vivo – si faccia così. Poi tutti a stracciarsi le vesti se molti fatti dimostrano che c’è una grande questione educativa aperta.