Giorgio

Comaschi

Non c’è niente da ridere, altro chè. Anche se il sorriso resta uno degli ultimi barlumi di luce. Non è vero che quando una faccia ride si illumina? Mister Bean che si ritira da se stesso è un allarme che si accende e che ha un senso molto più profondo del gesto in sé. In questo momento di facce buie, di un futuro di cui non si riesce e percepire una direzione, il comico si spegne. Quasi non si azzardasse più a far ridere, come se si sentisse anacronistico, fuori tempo e fuori luogo. E invece no. Bisogna reagire e rifiutarsi che finisca così. La capacità di ridere e di far ridere quelli che ci stanno intorno è l’ultimo avamposto della salvezza, è il virus più bello da attaccare, è la trincea che non bisogna abbandonare, a costo di sentirci fischiare le pallottole vicino alle orecchie (e fischiano parecchio). È come se smettessimo di sognare. Saremmo finiti, perduti. Roman Atkinson esce dai panni di Mister Bean e il suo gesto è simbolico. Ma siamo noi che non dobbiamo uscire dai panni del nostro Mister Bean, perché tutti noi, in fondo, un po’ lo siamo. Non toglietevi la braga corta, non giocate a fare gli adulti per forza perché è il gioco, è il bambino che sta dentro di noi che ci può salvare. Poi d’accordo. Oggi c’è gente che non fa ridere. O, purtroppo, fa ridere in un altro senso. E allora tentiamo la battuta: "Va nel retro, Satana!". Noi stiamo qua, stiamo in scena.