Raffaele

Marmo

Matteo Salvini e Matteo Renzi hanno messo nel mirino il reddito di cittadinanza versione grillina. Giuseppe Conte difende la misura bandiera del Movimento e, semmai, apre solo a qualche modesta correzione. Il Pd di Enrico Letta sbanda tra i pochi riformisti rimasti nel partito (decisi a dare una raddrizzata allo strumento) e i massimalisti filo-5 Stelle pronti a non toccare quasi niente.

Il punto è che la contesa tutta politica e di posizionamento rischia di far passare in secondo piano proprio i risultati fallimentari di un’operazione concepita male fin dall’inizio e gestita peggio.

Il reddito di cittadinanza si è dimostrato per quello che era: un mostro a due teste che si sono mangiate a vicenda, senza svolgere nessuna delle funzioni assegnate. Ma se come misura di contrasto della povertà si può anche riconoscere una parvenza di efficacia nel contesto della pandemia, di sicuro la débâcle è stata completa come intervento di politica attiva del lavoro. E non vale l’obiezione che sono mancate le opportunità di impiego per effetto del Coronavirus.

Lasciando anche da parte il folklore dei navigator e le bufale sul rafforzamento dei centri per l’impiego pubblici, è proprio la natura della soluzione che impedisce di realizzare la missione di ponte verso il lavoro: quando si può rifiutare più o meno a piacere un’offerta di occupazione mantenendo il sussidio, non c’è correttivo che tenga. È la classica "trappola della povertà" elevata a sistema.