Hakuho Sho, 36 anni, in un incontro. In alto a destra, assieme a Sylvester Stallone
Hakuho Sho, 36 anni, in un incontro. In alto a destra, assieme a Sylvester Stallone
di Marco Buticchi Per noi occidentali ha forse poco senso osservare la danza rituale con cui due giganti seminudi si fronteggiano. Non so se, in Oriente, manifestino altrettanta incomprensione per il tifo durante un match calcistico o se, da noi, lo stesso onore sarebbe mai tributato a un campione di football che appende le scarpette al chiodo. Fatto sta che il migliore rikishi di ogni tempo (così si chiamano i lottatori di sumo), ha deciso di concludere la propria carriera gettando nello sconforto la grande massa dei suoi tifosi. Prima di cessare l’attività agonistica, Hakuho si è tolto una sfilza di soddisfazioni stravincendo il torneo di Nagoya. Dico soddisfazioni perché Hakuho, un metro e novantadue centimetri di altezza per centocinquantacinque chilogrammi di...

di Marco

Buticchi

Per noi occidentali ha forse poco senso osservare la danza rituale con cui due giganti seminudi si fronteggiano. Non so se, in Oriente, manifestino altrettanta incomprensione per il tifo durante un match calcistico o se, da noi, lo stesso onore sarebbe mai tributato a un campione di football che appende le scarpette al chiodo. Fatto sta che il migliore rikishi di ogni tempo (così si chiamano i lottatori di sumo), ha deciso di concludere la propria carriera gettando nello sconforto la grande massa dei suoi tifosi. Prima di cessare l’attività agonistica, Hakuho si è tolto una sfilza di soddisfazioni stravincendo il torneo di Nagoya. Dico soddisfazioni perché Hakuho, un metro e novantadue centimetri di altezza per centocinquantacinque chilogrammi di peso, abbandonata la natia Mongolia adolescente, è emigrato in Giappone diventando una star del sumo.

Un passaggio della vita tutt’altro che facile: per la legge nipponica non è permesso avere, infatti, il doppio passaporto. E così Hakuho fu costretto a scegliere. "Ho lo spirito del Giappone legato tra i capelli", diceva cercando di segnare uno spirito d’appartenenza alla terra che l’aveva accolto. Ma la scelta di diventare cittadino giapponese fece discutere sia in Mongolia, sia in Giappone. La sua nazione d’origine la considerò un tradimento. Mentre i giapponesi erano dubbiosi che uno ‘straniero’ potesse diventare una stella del sumo. Si sbagliavano. Hakuho è diventato una superstar. Incappato poi in problemi fisici, Covid compreso, ha ricevuto una diffida dal sommo consiglio per spronarlo alla tenzone.

Così, il robusto lottatore ha indossato nuovamente il perizoma e ha sbaragliato gli avversari prima di dire basta a trentasei anni. Si ritira con 1.170 vittorie, 899 delle quali da yokozuna (’grande campione’, il massimo grado cui può ambire un lottatore). Sin qui potrebbe sembrare il classico colpo di coda del campione che scende dal palcoscenico con le luci ancora puntate addosso. Ma non bisogna dimenticare il peso delle arti marziali – e del sumo in particolare – nel lontano Oriente. Il sumo nasce nel sesto secolo, traendo origine dai riti religiosi scintoisti. All’inizio è simile a una danza guerriera e divinatoria, che ha lo scopo di accattivarsi la benevolenza del creato per ottenere raccolti più abbondanti. Poi, nel diciassettesimo secolo, nascono i primi lottatori professionisti. Ma l’arte del combattimento non abbonerà mai l’essenza spirituale, la profonda ritualità, le regole ancestrali che le derivano da secoli di commistione tra attività sportiva e religione. Spirito e corpo devono entrare in perfetta sintonia per traguardare risultati eclatanti. E lo spirito prevale forse sui corpi giganteschi dei lottatori, capaci di muoversi sprigionando grazie e forze impensabili e tra loro antagoniste, quasi quanto la fisicità e la trascendenza. Così, uno davanti all’altro, i due contendenti si fronteggiano intimorendosi a vicenda con passi rituali antichi, ma che ripercorrono i sentieri tracciati da radici millenarie. Le regole sono ferree, i preliminari scanditi da un cerimoniale rigido. Anche l’abbigliamento – quasi inesistente – possiede il suo protocollo: il mawashi, il perizoma e l’oi-cho mage, la crocchia di capelli che il regolamento vieta tassativamente di afferrare. Poi null’altro.

Quasi nudi perché lo spirito si avvicini agli dei e regali la forza e l’astuzia per spingere l’avversario fuori dal dohyō, l’invalicabile zona del combattimento. Una curiosità: l’importanza del gyōji, l’arbitro, è data da quanto il direttore di gara abbia i piedi coperti. Vi viene da sorridere nel paragonare l’essenza dello spirito di due colossi pronti a incornarsi con i divi del nostro calcio? Ma, forse, anche un pizzico d’invidia nel ritrovare tradizioni immutate in un mondo ancora non inquinato da interessi da capogiro e obbediente a una religiosità apparentemente lontana dal dio denaro.