"Fu una quindicina di anni fa, io ero bambino. Papà tornò dal Piemonte, era stato a casa di questa signora Denise che aveva rintracciato non so come. In mano aveva un grosso album rilegato in pelle amaranto: dentro c’erano fotografie, ritagli di giornale, biglietti, figurine. Era la storia di un uomo che per tutta la vita ha inseguito disperatamente la propria identità. Si chiamava Leone Jacovacci, era stato un campione di pugilato". Una storia che non conosci non è mai di seconda mano. A rievocarla è Davide Valeri, 25 anni, sociologo come suo padre Mauro scomparso a fine 2019. Fine studioso e appassionato antirazzista, Mauro Valeri era partito da un trafiletto per ricostruire in un libro – Il nero di Roma, uscito nel 2008 – l’incredibile parabola di Jacovacci. Fino all’incontro con la figlia Denise: è lei che ha conservato con cura l’album, sperando un giorno di sottrarre all’armadio della vergogna una delle pagine più buie dell’Italia recente. Di quell’atleta fantastico – una perfetta macchina da pugni – si sapeva poco, se non che era stato un asso del ring negli anni ‘20. Ma soprattutto che era un italiano dalla pelle scura, relegato nel dimenticatoio dal fascismo. Leone era nato nel 1902 a Sanza Pombo, oggi Angola settentrionale. Suo padre era un ingegnere agronomo romano che aveva sposato Zibù Mabeta, figlia di un capo tribù. In Africa il piccolo restò pochi mesi: fu affidato alla sua famiglia oltre il mare, in Italia. Cresciuto tra la capitale e i...

"Fu una quindicina di anni fa, io ero bambino. Papà tornò dal Piemonte, era stato a casa di questa signora Denise che aveva rintracciato non so come. In mano aveva un grosso album rilegato in pelle amaranto: dentro c’erano fotografie, ritagli di giornale, biglietti, figurine. Era la storia di un uomo che per tutta la vita ha inseguito disperatamente la propria identità. Si chiamava Leone Jacovacci, era stato un campione di pugilato".

Una storia che non conosci non è mai di seconda mano. A rievocarla è Davide Valeri, 25 anni, sociologo come suo padre Mauro scomparso a fine 2019. Fine studioso e appassionato antirazzista, Mauro Valeri era partito da un trafiletto per ricostruire in un libro – Il nero di Roma, uscito nel 2008 – l’incredibile parabola di Jacovacci. Fino all’incontro con la figlia Denise: è lei che ha conservato con cura l’album, sperando un giorno di sottrarre all’armadio della vergogna una delle pagine più buie dell’Italia recente. Di quell’atleta fantastico – una perfetta macchina da pugni – si sapeva poco, se non che era stato un asso del ring negli anni ‘20. Ma soprattutto che era un italiano dalla pelle scura, relegato nel dimenticatoio dal fascismo. Leone era nato nel 1902 a Sanza Pombo, oggi Angola settentrionale. Suo padre era un ingegnere agronomo romano che aveva sposato Zibù Mabeta, figlia di un capo tribù. In Africa il piccolo restò pochi mesi: fu affidato alla sua famiglia oltre il mare, in Italia. Cresciuto tra la capitale e i dintorni, dimostrò subito un carattere irrequieto. Poca voglia di studiare, fughe dal convitto e dall’istituto tecnico.

Finché un giorno – siamo già al 1915 – alla maniera di Jack London si imbarcò su un cargo inglese: fu preso come mozzo. E sul mercantile, per due anni a girare il mondo, imparò a fare a cazzotti. Senza regole ma secondo una legge universale: quella del più forte. "Sono state le botte prese da marinaio a farmi diventare un duro", avrebbe raccontato in un’intervista tanto tempo dopo. Sbarcato a Londra, Jacovacci indossa la divisa pronto a combattere per Sua Maestà. Viene però notato da un manager grazie al fisico scultoreo: tre sterline se metti giù quel tipo sul quadrato, fu la proposta. Leone ci mette venti secondi a sbarazzarsi della gloria locale. La strada era segnata.

Restava però quella dilaniante doppia identità, la contraddizione genetica: un italiano nero, proprio quando la Storia annunciava l’avvento del Duce e l’ideologia della razza. Jacovacci in Inghilterra diventa un altro. Finge di essere un mezzosangue, sì, ma americano-indiano. E si fa chiamare John Douglas Walker: per tutti Jack, come il suo idolo Dempsey, il campione dei massimi. Combatteva, vinceva, guadagnava: peso medio, 72 chili di muscoli. La stampa parlava del suo talento con una venatura di razzismo strisciante. Così, quando nel ‘21 dalla Francia arrivò l’esca di borse succose, si trasferì a Parigi: 14 incontri vinti e un pari. Logico che l’Italia si interessasse a quel portento.

Un campione straniero. Un bombardiere nero. Fu ingaggiato al Teatro Carcano per sfidare il milanese Bruno Frattini: aveva vinto lui, ma il verdetto inevitabilmente premiò il rivale. Accadde però un episodio curioso: nell’intervallo tra un round e l’altro, Jacovacci chiese una bottiglia d’acqua ai suoi secondi. Con perfetto accento romanesco. Furono in molti, nelle prime file, a sentire: altro che americano, chi è quest’uomo in realtà? Era tempo di scoprire le carte. Zelig ammette: mi chiamo Leone Jacovacci e la mia patria è l’Italia. Resterà qui. Diventa l’idolo dei trasteverini, piace al popolo che lo adotta e lo esalta. Vince sempre. Stavolta surclassa Frattini, ma non può fregiarsi del titolo di campione tricolore. C’è l’ostacolo della cittadinanza negata dal partito, una battaglia che dura quattro anni per ottenere quello che il diritto naturale già gli concede. Poi si trova davanti il migliore: il detentore milanesissimo Mario Bosisio, biondo e bianco come il latte.

Il match è appassionante, Jacovacci travolgente. Ma non basta: per i giudici è un pari, l’ennesimo verdetto amarissimo. Le polemiche divampano, il Duce ordina: si faccia la rivincita. Stavolta a Roma, nella casa del fascio, lo Stadio Nazionale poi ribattezzato Flaminio. È un evento storico e sociale inedito, di fronte sono due italiani, ma uno è molto più italiano dell’altro. A bordo ring Balbo e Bottai, pronti a festeggiare Bosisio campione europeo. Anche D’Annunzio è incuriosito, comprende il valore emblematico dello scontro: questo nero potente e aggressivo, sostenuto dalle borgate, è una minaccia per Mussolini. Da Milano arrivano treni speciali, la radio trasmette in diretta.

È la sera del 24 giugno 1928, nel prato e sugli spalti una folla ribollente di 40mila persone. Il match è una battaglia aspra e violenta. Alla fine la gloria è tutta per Jacovacci, che batte ai punti un destino ingiusto e cattivo. Non sa che il successo sarà l’inizio della sua rovina. È un mulatto, un meticcio, inutile nascondersi dietro il titolo. La Gazzetta dello Sport scrive: non può essere un nero a rappresentare l’Italia all’estero. È il primo colpo di una controffensiva pesantissima. Jacovacci è isolato dal regime, ostacolato, ostracizzato. Perfino i fotogrammi della sua proclamazione a campione, nel filmato dell’Istituto Luce, vengono tagliati e buttati via.

È una verità negata e manomessa. Quanti sono i verdetti rovesciati? Ci si mette anche un gallese, che gli pianta il pollice guantato nell’occhio destro. Distacco della retina e operazione che non sana la vista. Un lento declino lo accompagna verso sconfitte più grandi di lui: perde la corona europea, perde la corona nazionale. E capisce che l’Italia l’ha tradito ancora. Se ne torna in Francia, sul ring, come se il tempo non fosse passato. Combatte per l’ultima volta: l’incontro numero 145, registrato sul quadernone. Al momento dell’occupazione nazista raggiunge l’Inghilterra, ridiventa Jack Walker e si arruola nel suo vecchio battaglione.

Chi il coraggio ce l’ha, non ha bisogno di darselo: con la sconfitta dei tedeschi, entra da fante britannico a Milano. E ci resta nel durissimo dopoguerra, risalendo sul quadrato. Farà il catch, come Primo Carnera, fino alla soglia dei sessant’anni. Carlo Silva della Domenica del Corriere lo ripesca nel 1981 in corso di Porta Vigentina. Con la moglie francese Berth, il vecchio Jacovacci fa il custode di un edificio comunale: bada ai bambini delle elementari, alla sala concerti, alla sede del Partito radicale. Nel tinello tiene appesi i guantoni Everlast. È un uomo tranquillo, sa di essere stato dimenticato e lo accetta. Muore nell’83 in ospedale, a 81 anni, per i postumi del settimo infarto.

Tutto finito. Senonché da un cassetto spunta l’album, compilato con immensa pazienza. Tocca a Davide Valeri, che lo sfoglia, spiegare. "È come se dicesse: questo sono stato io, questa è la mia identità negata, questa è la mia memoria non riconosciuta". L’album è il testimone di una staffetta per non dimenticare. Mauro Valeri, autore della riscoperta, l’ha passato a Tony Saccucci, il professore-regista che nel 2017 ne ha tratto il documentario 'Il pugile del Duce'. E adesso Jacovacci diventerà un film con Palomar. Ultima postilla. Roma ha deciso di dedicare una via al suo pugile nero, nel Villaggio olimpico: via Jacovacci sarà accanto a via Abebe Bikila, l’etiope che vinse a piedi scalzi la maratona ai Giochi del ‘60. Un risarcimento della Storia.