Raffaele Marmo Non ci sarebbe neanche bisogno di occuparsi della prof attivista grillina genovese (sconfessata, però, dal Movimento) che ha insultato su Facebook la povera Jole Santelli a poche ore dalla morte. La vicenda è talmente obbrobriosa, per l’autrice del post, da meritare, oltre alle sacrosante...

Raffaele

Marmo

Non ci sarebbe neanche bisogno di occuparsi della prof attivista grillina genovese (sconfessata, però, dal Movimento) che ha insultato su Facebook la povera Jole Santelli a poche ore dalla morte. La vicenda è talmente obbrobriosa, per l’autrice del post, da meritare, oltre alle sacrosante conseguenze legali, un definitivo silenzio.

Il problema, però, è che nel caso specifico abbiamo a che fare con una persona che fa la professoressa in un liceo e che, dunque, ha un ruolo tutt’altro che irrilevante rispetto alla formazione e alla crescita anche civile dei nostri ragazzi.

Il problema, insomma, è quello dei "cattivi maestri" e dei maggiori e più intensi limiti, anche deontologici, che devono (dovrebbero) avere nell’uso dei social coloro che svolgono attività delicate o sensibili rispetto sia al proprio ambito di riferimento sia, in senso più lato, al pubblico della rete.

Insomma, non è la stessa cosa, se, a scrivere di politica o a manifestare il proprio pensiero su eventi di cronaca, attraverso un post "non ortodosso" o polemico o addirittura offensivo, sia un comune cittadino o, al contrario, un magistrato. Un discorso analogo riguarda i medici: mai come in questa stagione terribile un loro post può avere effetti rilevanti sui comportamenti di migliaia di persone. Non può essere ammissibile, dunque, che un educatore, che ha magari anche i suoi allievi tra i followers, si ritenga svincolato sui social da ogni responsabilità connessa alla funzione che svolge e che si consideri libero di parlare peggio che al bar.