Un leader che fugge può salvarsi dai nemici, ma resta indifeso davanti alla storia. L’epilogo dell’era targata Ashraf Ghani (foto), salito al soglio della presidenza nel 2014 e oggi 72enne, è simile a molte altre cadute eccellenti a cui abbiamo assistito in questi ultimi 20 anni. Che Ghani fosse un presidente eletto, e non un dittatore oltre data di scadenza, come Gheddafi o Saddam Hussein, poco importa al popolo afghano, abbandonato a se stesso nell’ora più buia: se un comandante, infatti, deve (o dovrebbe) lasciare la nave che affonda per ultimo, un capo di Stato o di governo non dovrebbe scappare per primo, in elicottero, quando il nemico sfonda le porte. Qualunque siano le ragioni.

Ghani ha mascherato l’egoismo con l’altruismo. "Per evitare spargimenti di sangue ho pensato che sarebbe stato meglio andarsene", ha scritto su Facebook poco dopo la presa di Kabul da parte dei Talebani. Gli afghani lo hanno maledetto per questo suo ultimo atto, bollato come l’insulto estremo. Peraltro, al momento, non si sa dove.

L’Uzbekistan ha smentito di averlo accolto mentre le ultime voci lo danno in Oman o persino in viaggio verso gli Usa (dove ha vissuto e lavorato per anni). L’ex presidente Hamid Karzai, più o meno nelle stesso ore, ha fatto l’esatto opposto, pubblicando un video in cui assicurava ai suoi seguaci di voler restare nella capitale del Paese, con le sue figlie, "per gestire un pacifico trasferimento di potere".